Nella pancia della mamma alla scoperta dell’origine dei bisogni infantili

 

cicogna

 

Il dizionario italiano ci insegna che bisogno significa (dalla prima voce di google research) “mancanza di qualcosa che sia indispensabile o anche solo opportuna o di cui si senta il desiderio”. Wikipedia (l’enciclopedia gratuita universale quale risorsa di apprendimento), dal canto suo, fornisce la definizione legando il bisogno immediatamente all’aspetto psicologico.  E’ quindi bisogno “la mancanza totale o parziale di uno o più elementi che costituiscono il benessere della persona”. Per persona si intende comunemente un essere consapevole e per lo più adulto.

La verità è che alla nascita abbiamo subito bisogno di qualcosa e di qualcuno. Sin dal primo vagito il bambino chiede qualcosa di cui sente la mancanza e che da solo non riesce ad ottenere perché ha bisogno sia di questo qualcosa sia di qualcuno che gliela offra. Quando qualcuno, per lo più la mamma, gli offrirà ciò che manca per riequilibrare il suo benessere, il nostro bambino avrà conquistato due elementi: 1) ciò di cui aveva bisogno e 2) la persona che ha soddisfatto il bisogno.  E’ come dire che se il bambino piange per fame, il suo bisogno di nutrizione sarà soddisfatto quando conquisterà sia il latte sia la mamma che glielo dà. Nel caso in cui avrà freddo, otterrà sia una coperta sia la mamma che l’avvolge in essa e, magari, che lo abbraccia a sé.

Ma c’è di più in questa danza che da un punto oscilla verso l’altro: non sono solo due elementi che il bambino ottiene quando manifesta la mancanza di qualcosa ed il bisogno a questa legato. C’è un terzo elemento, un valore aggiunto che è la relazione di cura. Essa non ha numeri a cui essere associata, scale decimali che le permettono di essere valutata e tantomeno metri di misura che la possano apprezzare di fatto. Essa è una realtà composita e non è un elemento.

È un luogo di responsabilità inderogabile ed è in essa che il bisogno (mancanza di qualcosa/contesto di soddisfacimento) trova la sua perfetta definizione.

La relazione di cura è il luogo del bisogno. È un luogo accessibile a tutti ed è un luogo in cui tutti dovremmo sentirci uguali perché quando si dona, si riceve al contempo. La relazione di cura è un luogo altamente educativo e democratico. Essa è la metafora della pedagogia (scienza che si occupa di sviluppare nel migliore dei modi il potenziale umano, cognitivo, creativo del bambino e dell’adulto).

La relazione nasce di nascosto…

Il progresso medico scientifico obbliga anche ambiti come quello della pedagogia e dell’educazione a considerare le novità sperimentali. A tale proposito è importante ricordare che negli ultimi trent’anni gli studi scientifici hanno permesso di considerare la vita intrauterina un momento fondamentale per il costituirsi della personalità dimostrando che psicologicamente ed emotivamente il bambino prenatale elabora ciò che percepisce. La relazione tra madre e figlio non nasce al momento del parto perché le relazionalità biologica e psicologica cominciano nella vita prenatale.

Dal punto di vista medico gli studi sulla epigenetica (D.J. Barker, 1995), una branca della genetica, ci stanno chiarendo sempre meglio quali siano i meccanismi (al di là del bagaglio del DNA di ciascuno di noi) che determinano certi effetti che insorgono precocemente nella vita prenatale e che persistono lungo l’arco della vita diventando trasmissibili a livello genetico. Ad esempio una carenza nutritiva, ma anche uno stress eccessivo della mamma si possono riversare a livello organico e cognitivo sul suo bambino in fase prenatale compromettendone le funzionalità dalla nascita lungo il percorso evolutivo.

L’epigenetica ci invita a riflettere su un concetto base: per una migliore salute in età adulta è necessario un ambiente (che in senso naturale è la mamma) adeguato durante le prime fasi dello sviluppo in particolare di quello prenatale.

Il risvolto psicologico, come si è accennato, è d’obbligo. Sembra proprio che sia stato scientificamente provato che la vita psichica prenatale è un mondo ricco di relazioni e di esperienze.

Io e Tu

Il mondo intrauterino non è più analizzato come un luogo medico, ma anche come luogo dell’osservazione fisica e psichica. Durante il periodo intrauterino particolari stimolazioni ricevute dal bambino prenatale generano un’attività neuro psicologica molto sofisticata e determinano il formarsi della sua esperienza. Alcuni studi, infatti, azzardano e focalizzano la vita intrauterina quale momento fondamentale della nascita della personalità (M. Ammaniti – a cura di -, La gravidanza tra fantasia e realtà, Il Pensiero Scientifico, Roma, 1992; P. Righetti, Elementi di psicologia prenatale, Edizioni Magi, Roma, 2003).

Dopo il quarto mese di gestazione il bambino prenatale sente, si muove, risponde ai suoni e ai rumori, reagisce pertanto agli stimoli ed inizia a formare il proprio Io: acquisisce di conseguenza un’identità psicologica oltre che genetica.

Ma l’ “Io” è un nucleo di personalità che ha ragione d’essere quando è compreso in relazione ad un “Tu”, all’Altro da sé (la mamma il più delle volte). Esso è il risultato dell’esperienza di un soggetto  che possiede le caratteristiche fisiche e biologiche come un feto, un neonato, un bambino  per interagire e per entrare in contatto e in comunicazione con altro da sé.

A questo punto azzardiamo noi e dal nostro punto di vista pedagogico   riformuliamo la definizione: il bisogno è una mancanza che spinge chi la avverte a colmarla solo con l’aiuto di un altro, diverso da sé, ma indissolubilmente legato a sé. È un legame di senso, di sentimento e di ragione che coincide esso stesso nel rapporto di cura. Esso non riguarda solo le persone, ma anche i bambini che prima di essere visibili e reali sono nascosti ed invisibili ad occhio nudo. Ma come qualsi,asi cosa che sia invisibile, essi sono essenziali.

I bisogni dei nostri piccoli – i bisogni bambini – devono essere conosciuti, definiti e soddisfatti per una sana vita futura di loro appartenenza e di chi è in relazione con loro.

da qui non si scappa, è una questione di responsabilità della persona adulta nei confronti di un soggetto, il nostro bambino, in evoluzione. 

 

continua……

 

 

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