Didattica Consapevole

 

Didattica consapevole

bisogno di gioco

A che gioco giochiamo?

gioco

 
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Che senso ha parlare oggi della palla, del cilindro, della sfera e del cubo?

Il “giardino di infanzia” è attuale?

B. Brazelton – grande pediatra e famoso psichiatra infantile – direbbe che giocare è un bisogno irrinunciabile: il gioco è la vita del bambino sin dalla culla. È il canale espressivo attraverso cui l’energia creativa si esprime e le pulsioni interiori, così come il potenziale, si manifestano.

L’ambito di riferimento sono le esperienze educative che sono un diritto del bambino.

I papà e le mamme vogliono sapere cosa devono fare in pratica per crescere i loro bambini felici, sicuri di se stessi, creativi, intelligenti ed emotivamente sani?

Per onestà intellettuale bisogna dir loro che il gioco deve essere inteso come un bisogno ed un diritto.

Sono proprio questi papà e queste mamme a dover sapere che l’attività ludica non implica semplicemente la soddisfazione delle esigenze del mercato globalizzante, quindi del modellino di giocattolo più attuale, più colorato o più alla moda, che appartiene a quella specifica casa rinomata produttrice di giocattoli. Ma neppure, una volta che i loro figli saranno grandicelli, conviene credere che un’acquisita competenza tecnologica identifichi i loro figli in ragazzi felici, sicuri, creativi e sani emotivamente.

Il bisogno di gioco sta nel dare priorità e dignità all’azione ludica. Il gioco non è un riempitivo del tempo del bambino, né tantomeno un tempo che la mamma o il papà o il caregiver può usare a proprio vantaggio. L’adulto deve essere vigile, partecipe, osservatore e compagno di avventura ludica dei propri bambini. È vitale accompagnare l’attività del gioco del bambino sempre, dalle prime manifestazioni di un lattante in poi. La relazione adulto-bambino è essa stessa sempre educante e asimmetrica. I bambini hanno bisogno di adulti che si assumono le responsabilità proprie del loro stesso essere educanti ed educatori di un bimbo che deve vivere l’ infanzia di cui è protagonista. Gli adulti, quindi, devono essere coinvolti nel gioco, devono ritagliare il tempo e lo spazio per crescere insieme ai loro bambini.

Il gioco per il bambino è libertà di vivere la propria infanzia.

pedagogy-194930__180Ma cosa significa che il bambino deve vivere la sua infanzia?

Significa uscire dagli schemi per i quali in teoria siamo tutti bravi ad elencare teorie pedagogiche o dello sviluppo e parlare in modo “competente” dell’educazione dei nostri figli o dei bambini in generale. Ovvero saper elencare stadi di sviluppo, abilità, traguardi nella psicomotricità e, magari, nella pratica quotidiana “dimenticare” che per il bambino la conquista delle cose, dello spazio, del proprio mondo è fatta di attese volte al soddisfacimento dei bisogni che a volte sono desideri inespressi ed altre piccoli sacrifici a cui sottoporsi.

È la conquista di ciò che ancora non si conosce e non si raggiunge che fa crescere.
Non è più tempo per dimenticare i grandi pensatori della pedagogia ed i loro dettami. Non è più il caso di venir meno alle motivazioni che spingono Emilio a muoversi nel suo mondo naturale. Non è più tempo di dimenticare i doni di Froebel.

Non si tratta di screditare l’avanzata incessante della tecnologia che ci obbliga comunque a considerare nuove tecniche, metodi e strumenti facilitanti ed in un certo qual modo irrinunciabili. Ecco appunto! Di mezzi e strumenti si tratta. Ma l’uomo e le sue motivazioni non sono cambiate nei secoli. Il bambino che conquista in base ad un suo desiderio, sviluppa se stesso attivamente. Questo dovrebbe essere l’interesse dell’adulto educante ed il suo dovere. Il bambino che cresce passivamente (davanti alla tv o ad un gioco interattivo, il bambino che ha davanti a sé una montagna di giochi preconfezionati e a cui l’adulto anticipa  qualsiasi traguardo) non è garante di un futuro e di un mondo migliore, vario e articolato. È solo figlio della pigrizia educativa degli adulti.

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Teoria e pratica sempre a braccetto

Siamo sostenitori del rispetto dei bisogni delle bambine e dei bambini. Sosteniamo quindi che loro, le bambine ed i bambini, nascono con un potentissimo potenziale che deve essere sviluppato. Sia per soddisfare bisogni di crescita e di sviluppo fondamentali sia per diritto.
Il potenziale di ciascun bambino ha bisogno di esperienza per realizzarsi e manifestarsi. Il gioco e l’attività ludica sono strumenti e, al contempo, costituiscono la modalità “bambina” di lavorare per esprimersi.
Grazie allo stimolo pedagogico di Froebel (1782-1852), le Agazzi e la Montessori non avrebbero  potuto dare avvio alla scuola dell’infanzia e alla casa del bambino nel nostro paese. E chiaro oramai e per fortuna che le specificità dei modelli italiani per le istituzioni rivolte all’educazione dei bambini sono da esempio ora nel mondo. La nostra Montessori, infatti, ha creato strumentazioni e strategie rivolte all’educazione di bambini speciali che, guarda caso, si addicono a tutte le bambine ed i bambini  perché tutti sono soggetti di diritti educativi.  Non lasciamo nel dimenticatoio cosa possano rappresentare per un bimbo ad esempio i doni realizzati ed ideati nella loro funzione nei “giardini di infanzia” di Froebel. Oggi le neuroscienze danno credito alla dimensione corporea come base per l’apprendimento e noi tutti oramai riconosciamo le neuroscienze e la psicologia dello sviluppo come gli ambiti che convalidano ciò che la pedagogia ha già scritto nell’ ‘800. Froebel e la Montessori avevano intuito l’importanza della base senso-motoria dello sviluppo psichico, ma non avevano considerato la funzione propria del sincretismo infantile che attiva la complementarietà di apprendimenti ad attività sensoriali e percettive. Ciò nonostante, la nostra consapevolezza ci può liberamente condurre di nuovo sull’uso del materiale didattico di Froebel (e a quello strutturato della Montessori) che è semplice, elementare, facilmente reperibile ed immediato.

Il gioco per Froebel è il prodotto della gioia di vivere che è presente nel bambino e che si manifesta attraverso il corpo. Il gioco nasce nel lattante che è spinto dalla curiosità per apprendere. Dai 2 ai 6 anni il gioco ed il linguaggio diventano vera espressione dell’interiorità del bambino. I doni di Froebel – il primo materiale didattico nella storia della pedagogia – quando manipolati dalle mani bambine, trasmettono categorie quali la grandezza, il peso ed il concetto di numero, ma cosa ancora più importante esprimono il naturale bisogno di attività che consente al bambino di costruire le prime forme di relazione con il mondo; siamo agli albori della psicomotricità più creativa.

 

1° dono: 6 palle, ciascuna di un colore dell’arcobaleno e la cui manipolazione aiuta il salto dal concreto all’astratto

2° dono: un cubo a rappresentare la stabilità, una sfera più pesante della palla che simboleggia il peso ed un cilindro che sintetizza il cubo e la sfera e da’ vita alla varietà.

3° dono: un grande cubo che contiene otto piccoli cubi con cui il bambino inizia a costruire.

4° dono: un cubo diviso in otto mattoncini

5°dono: 21 cubi e 18 prismi

6° dono: diverse forme geometriche

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Osservazione, esercizio tattile, separazione e ricostruzione: le potenzialità del bambino sono stimolate con l’uso di questi 6 doni.

Tutto ciò ha un senso? Ha senso, eccome!

Rispondiamo con linguaggio moderno e possibilmente tecnico: il bambino cresce all’interno di una dimensione prevalentemente esperienziale a partire dalla quale e grazie alla quale svilupperà in seguito – oltre i sei anni- il pensiero logico. Grazie alla logica il bambino acquisirà conoscenze strutturate per comprendere il mondo secondo categorie complesse e che potrà astrarre concetti e formare opinioni.

E. Bottero, docente di metodologia dell’educazione musicale, ci invita a riflettere su cosa si può intendere con “esperienza”.

I bambini fanno a) esperienza senso-percettiva, b) esperienza simbolica ed c) esperienza pratico – operativa.
Da zero a sei anni la percezione del bambino è sincretica: è l’insieme di una figurazione che coincide con il contenuto nella percezione e non le singole parti della stessa figurazione, né la loro relazione. Solo dopo i sei anni il sincretismo tende a sostituirsi con le abilità di analisi e di logica.

 

a) Il bambino percepisce per contrasti ed in due modi. Non esiste l’evento visivo, uditivo o olfattivo, ma un contrasto assoluto quale la presenza \ assenza degli stimoli: della madre, della luce, del suono, degli oggetti. Il passaggio ritmico da uno stimolo del contrasto all’altro è esperienza del mondo circostante e fuori da sé.

I contrasti relativi si caratterizzano per intensità (forte/debole; grande/piccolo; caldo /freddo) e per caratterizzare la dimensione emotiva e morale del bambino che arriverà a classificare e definire le esperienze personali proprio secondo questa alternanza come buono/cattivo o giusto/ingiusto.

al primo tipo si affianca b) l’esperienza simbolica che, in genere verso il secondo anno di età, il bambino lascia dietro di sé i meccanismi imitativi (prima imita in assenza del modello da imitare) e rappresenta la realtà attraverso il gioco simbolico – 2/3 anni e 5/6 anni – esprimendosi con la narrazione, con il tratto grafico del disegno e con il linguaggio.

c) L’esperienza pratico-operativa avvia il mbambino a progettare il futuro, a pensarlo come una realtà da creare con un fine, un obiettivo. il gioco è quindi orientato verso la ricerca. Le Agazzi assegnavano un ruolo primario all’esercizio di vita pratica dal giardinaggio a tutti gli atti di vita pratica con tanto di pianificazione delle azioni. E’ il piano esperienziale che direziona il singolo bambino verso il lavoro di gruppo, verso la cooperazione e la collaborazione con gli altri. Verso la socialità gratuita.

I tre piani di esperienza per essere efficaci vivono la loro vita se considerati alla stessa stregua ed insieme. la migliore didattica è orientata a tutte e tre le tipologie di esperienza del bambino.

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Quale stile possono adottare i grandi per giocare con i bambini?

grandi (mamma, papà, educatrice, insegnante) possono:

A. Pre-strutturare il gioco

Si usa un gioco (un giocattolo o una parte di una batteria del materiale didattico) che può essere utilizzato in un modo univoco. L’adulto interviene indicando al bambino quel è il modo corretto con cui giocare senza lasciare il piccolo giocare con lo stesso gioco a suo piacimento. Anche nel caso delle costruzioni, il cui utilizzo è articolato, l’adulto indirizza verso un unico e specifico modo.

Per quale bambino?

Per il bambino che dimostra disordine e mancanza di risposte coerenti ed organizzate nel suo comportamento. Il bambino inizia a dare spazio a precise azioni che sviluppano risultati specifici secondo un ordine che riflette, nella sua ripetitività, azioni pensate e quindi riproducibili.

B. Ri-dirigere il gioco

Il bambino inizia a giocare liberamente, ma ad un certo punto interviene l’adulto per indicare un fine, una direzione, un obiettivo verso il quale andare insieme a lui. Un bimbo che gioca con i contenitori dell’acqua riempiendoli e svuotandoli con movimenti fini a se stessi può essere interrotto e reindirizzato verso la conta degli stessi contenitori e dare un senso diverso al gioco trasformandolo in un gioco differente finalizzato ad uno specifico obiettivo e all’acquisizione di abilità superiori. Tutto ciò in modo naturale.

Per quale bambino?

Per il bambino capace di impegnarsi in un’attività ludica complessa, ma che manca di stimoli e si arena nel movimento abitudinario privo di evoluzione. Nella relazione con l’adulto ciò si traduce in un impegno proprio di quest’ultimo (in particolare la mamma ed il papà) considerevole, che può dilazionare i tempi di gioco e creare una maggiore empatia operativa , valorizzando l’attività creativa di sé e del bambino. 

C. Estendere il gioco

Per stimolare l’espressione e l’immaginazione innescata dal gioco spontaneo. Un esempio è quello delle forme di sabbia sulla spiaggia. Sulla battigia il bimbo che gioca a fare le formine o i castelli con la sabbia può essere ridiretto dall’adulto verso la creazione di qualcosa di specifico estendendone la realizzazione sia in senso numerico che nella creazione di una figura maggiormente complessa e specifica.

Per quale bambino?

Per un bambino che ha scarsa fiducia in se stesso per cui non inizia un gioco con spontaneità e libertà di azione. E’ indicato per il bambino che deve credere in se stesso in modo più intenso e poter quindi creare e valorizzare le proprie esperienze ludiche e di vita quotidiana ai propri occhi e a quelli dei suoi caregivers.


bibliografia

Nidi d’Infanzia, nov./ dic. 2016, Giunti Scuola

B. Brazelton e Stanley I. Greenspan, I bisogni irrinunciabili dei bambini, 2001, Raffaello Cortina Editore

E. Bottero, la scuola dell’esperienza, rivista “Infanzia”, 5/2005


 

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