LA SPINTA VITALE E LA RICERCA DELL’IDENTITA’ (prima parte)

Tra i bisogni fondamentali di una crescita sana per i bambini c’è il movimento spontaneo e intenzionale del proprio corpo.

Quando il nostro bambino individua se stesso come un soggetto diverso e staccato da quello della mamma, significa che sta cominciando il periodo di differenziazione di sé come unità corporea e come agglomerato psichico.

Brazelton (2001) non esita a ricordarci che all’età di quattro mesi il bambino esercita un maggiore controllo dell’ambiente grazie alle capacità motorie appena conquistate e al potenziamento della consapevolezza emotiva. L’esplorazione comincia ad assumere connotati di intenzionalità.

Il nostro piccolo comincia a capire che gli oggetti hanno una vita propria che supera la sua percezione sensoriale: egli è, ora, affascinato dalle proprietà fisiche degli oggetti che comincia a manipolare.

Avviandosi al nono mese di vita, la stessa conquista cognitiva che lo ha portato a differenziare gli oggetti da sé, gli permetterà di differenziarsi dalle persone. I mesi successivi al primo anno di vita sono pieni di scoperte ed i giochi del bambino sono esplorativi. Entro il secondo anno egli diventerà il protagonista di un mondo immaginario: ora è capace di riprodurre la routine secondo un canovaccio fantasioso fatto della rappresentazione della stessa realtà e della riproduzione dei ruoli familiari. Gioca alla mamma, al papà e al bambino avvalendosi del materiale ludico che ha a disposizione come le bambole, le costruzioni, le macchinine o i trenini.

È importante porre l’attenzione a questo stadio evolutivo che impegna il bambino a costruire se stesso in relazione al mondo. Tutti i bambini hanno una spinta vitale che va assecondata e guidata. Non è mai una buona idea reprimerla senza conoscerne le potenziali direzioni che potrebbe prendere. Vale a dire, il bambino deve essere libero di esprimere il proprio movimento perché questo è indicativo della sua possibilità di gioire, di amare e di occupare il proprio spazio vitale.

Ghezzani (2014) ci ricorda da parte sua che evolviamo secondo cicli di vita che si alternano sin dalla nascita. Il primo è definito dal passaggio dalla vita intrauterina a quella neonatale, periodo che si conclude con lo svezzamento: i due corpi della madre e del bambino si allontanano. A due/tre anni di vita assistiamo all’esplosione di un’intensa e ricca arborizzazione sinaptica (le cellule del cervello aumentano) che spinge il bambino ad essere più consapevole, più curioso e più reattivo in modo rapido. Si producono, quindi, continui cambiamenti che si riflettono sul suo comportamento e sul suo umore. A fronte di ciò le risposte devono essere quanto più coerenti e congrue altrimenti la spinta vitale del bambino troverà sicuramente altre strade per esprimersi (non necessariamente negative in sé, ma complesse). Per fare un esempio, una mamma depressa e instabile può generare nel bambino risposte che cominciano ad orientarsi verso capacità riflessive e direzioni psichiche diverse e complesse, come se le sinapsi, sempre in crescita, sviluppassero nuovi percorsi anche di fuga per il bambino. In ciò possono rientrare comportamenti, più o meno evidenti, che meritano attenzione prima fra tutte di genere pedagogico. Il cambiamento di cui il bambino è protagonista (sta crescendo, quindi sta cambiando) è il prodotto non solo biologico in risposta ad un ambiente stimolante, ma è altresì determinato dall’impulso vitale che ci appartiene indipendentemente dai nostri genitori.

In sintesi, il bambino deve muoversi per definire se stesso, per esprimere il suo bisogno di vita e delineare il proprio spazio vitale. Egli può farlo in un ambiente di caregivers accoglienti e consapevoli di ciò che sta avvenendo in lui, ovvero il suo cambiamento costante e irreprimibile, il suo lavoro silente o chiassoso, evidente o impercettibile, leggibile o interpretabile, ma comunque libero di esprimersi.

Prendere a cuore l’educazione al movimento è un lavoro di prevenzione, a pensarci bene, a tutto ciò che di patologico spesso si affibbia ai bambini non sufficientemente stimolati.

I bambini istituzionalizzati o quelli cresciuti in ambienti inadeguati, di madri iperprotettive o al contrario inadeguate e disattente, portatrici anche di disagi psichici decisamente bisognose di sostegno, sono tutti bambini che fanno parte di un’infanzia precisa. Questa è l’infanzia che, se attenzionata adeguatamente da istituzioni non miopi, possono non rientrare in un bacino di presa in carico complessa come quelle delle neuropsichiatrie infantili, almeno per un primo tempo in cui tanto può essere fatto a livello pedagogico.

Ma come? L’educazione teatrale può arrivare in soccorso. È vero, il tema in sé merita di essere sciorinato nelle sue diverse sfaccettature e così faremo in queste pagine. Il teatro è una cosa seria e va considerata tale. Ma i bambini piccoli che c’entrano con il teatro?

Eh sì, i bambini c’entrano, eccome!

(fine prima parte)

 

 

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