In questi giorni si sta discutendo sulla eccessiva medicalizzazione di bambini e ragazzi portatori di un problema nella sfera dell’apprendimento. Psicologi, pedagogisti, neuropsichiatri, ma anche insegnanti coscienziosi e genitori responsabili e preoccupati, si stanno confrontando su questo delicato tema,  chi con maggiore veemenza, chi con maggiore distacco. Bisognibambini, con il suo taglio prettamente pedagogico ed umanistico, sa bene che,  ad esempio, la dislessia così come gli altri DSA (Disturbi Specifici dell’Apprendimento) ad oggi sono certificabili con gli standard dell’ICD10, il manuale internazionale delle patologie psichiatriche. Sa, inoltre, che le neuroscienze – di cui ha stima e rispetto – dicono chiaramente che i DSA sono piuttosto delle neurovarietà che non hanno a che fare con la malattia mentale, ma che diventano disturbo solo in relazione a metodologie didattiche scorrette o poco sostenute da un background di competenza specifica acquisibile dal gruppo docente. E ancora, bisognibambini è convinto che ogni bambino ha una sua peculiarità, un sé originario (N. Ghezzani, 2015) da coltivare e che la scuola, sin dalle prime classi, può farsene carico, concentrandosi sulla modalità di conoscenza preferita dal bambino e veicolare per lui i contenuti che tutta la classe acquisisce.  Lo strumento principale è la didattica consapevole.
Al fine di fare maggiore chiarezza, abbiamo rivolto alcune domande ad una neuropsichiatra infantile (*) che alle nostre così di seguito risponde:
  • DOTTORESSA, CHI SONO I BAMBINI CHE LEI GIORNALMENTE INCONTRA?

I bambini che accedono al mio ambulatorio o al mio studio sono eterogenei.
La discriminazione casistica si effettua per fascia d’età. Più precisamente, in età neonatale arrivano i bambini nati con difficoltà ischemiche  o disgenetiche o metaboliche importanti. In età prescolare quelli con disturbi della sfera della comunicazione e della relazione.
In età scolare accedono in maggiore percentuale quelli con disturbi dell’apprendimento, i comportamentali.
In adolescenza quelli con disturbi del comportamento alimentare, da dipendenza, e ultimamente quelli con disturbi depressivi.
Tale casistica è suscettibile di modifiche considerando che molti disturbi correlati a epoche della vita sono aumentati e si possono cogliere prima.
Mi riferisco alla depressione e ai disturbi del comportamento alimentare che mal inquadrati in epoca d’esordio arrivano già scompensati.
  • QUALE LA SUA OPINIONE SULL’ECCESSO DI MEDICALIZZAZIONE SULLA POPOLAZIONE SCOLASTICA?
Ritengo che l’eccesso sia una non corretta diagnostica che tende a cercare un sintomo per effettuare una terapia e non soffermarsi sul materiale umano che necessita di “care”
  • QUI DI SEGUITO UN BRANO TRATTO DA UNA DICHIARAZIONE DEL DOTT. NOVARA, PEDAGOGISTA E AUTORE DEL LIBRO ” NON È COLPA DEI BAMBINI” Bur Rizzoli, 2017:
“E’ fondamentale fare chiarezza sulla sostanziale differenza tra le difficoltà che un bambino può incontrare a causa dell’immaturità del suo sviluppo e una patologia vera e propria. La mia impressione è che nel dubbio si scelga la via della certificazione, quasi per non correre rischi, quasi per non lasciare i genitori senza “una risposta”. Così si finisce a ripercorrere con le diagnosi neuropsichiatriche la strada già percorsa con l’eccesso nell’uso di antibiotici e con tutta un’altra serie di eccessi medici di cui è piena la storia.
Secondo l’International Academy for Research in Learning Disabilities, un’organizzazione internazionale di professionisti che si occupa di condurre e condividere le ricerche scientifiche sulle difficoltà dell’apprendimento, solo il 2,5% della popolazione scolastica mondiale dovrebbe incontrare problemi nella cognizione numerica, e solo lo 0,5/1% sarebbe effettivamente soggetto a discalculia evolutiva, quel disturbo dell’apprendimento geneticamente determinato, effettiva espressione di una disfunzione neurologica, che rende incapaci di comprendere e di operare con i numeri. I dati sulle segnalazioni in Italia invece parlano di circa un 20-30% di bambini, più o meno cinque per classe, che incontra, soprattutto nella fase iniziale, difficoltà significative nell’apprendere le abilità di calcolo e che viene avviato a un percorso diagnostico. Qualcosa nei conti non torna”       
QUAL È LA SUA OPINIONE?
La diagnosi è fondamentale e la diagnosi si basa su un’attenta valutazione clinica e testologica e su una conoscenza plastica e dinamica di tutti i fattori che concorrono alla qualità della vita del minore, ai suoi fattori barriera, ai suoi fattori facilitanti, alle sue risorse.
Spesso la diagnosi non è fatta dallo specialista.

 

  • Qual è la logica che sottostà alla certificazione di DSA anche per chi non ne è portatore (“falsi positivi”, bambini che, se trattati con didattica appropriata e competente, possono ottenere i risultati che la scuola richiede)?
Scarsa conoscenza del problema. Scarsa valutazione globale. Scadente monitoraggio. Docenti impreparati  e poco motivati al successo scolastico e all’attuazione di un progetto individuale.
  • IL RUOLO DELLA SCUOLA a seguito del DM 27.12.2012 e della CM n. 8.3.2013 diventa più pedagogico che psicologico. QUALE LA  SUA OPINIONE?
Bisognerebbe ripercorrere la strada della competenza e dell’obiettivo da raggiungere sulle criticità rilevate. Credere nel proprio ruolo di educatore. Non deresponsabilizzarsi. Non ripercorrere luoghi comuni.

(*) Dott.ssa Angelica Tatiana Curti, medico chirurgo

specialista in Neuropsichiatria Infantile

ASP Cosenza, studio in Paola (CS), cell. 328 8495083

Nel libro “Ricordati di rinascere” (2015), l’autore Nicola Ghezzani, psicoterapeuta, rammenta un suo fallimento alle scuole elementari dal quale è risorto, come dire, grazie all’intervento del proprio papà che, paziente accanto a lui, dopo una pessima pagella,  gli ha trasmesso il metodo per conoscere e ricordare consapevolmente le declinazioni dei verbi.

Grazie a quell’accompagnamento pedagogico il piccolo Nicola ha fatto sfoggio della migliore prestazione di profitto davanti a tutti i suoi compagni e, soprattutto, al cospetto di un incredulo maestro di scuola.

Per l’autore questo ricordo rappresenta l’inizio della presa di consapevolezza del potere della propria mente e della sua  plasticità.

“Quel giorno ebbi il voto più alto. Ma soprattutto mi resi conto di quale straordinario strumento fosse la mente e ancora più quell’entità vasta e sensibile che chiamiamo anima. Malleabile, malleabile tanto da modificare alla radice l’assetto della nostra identità in qualsiasi luogo, compresa quella stupida, noiosa arida scuola elementare.”

Ghezzani spiega che la struttura del nostro cervello vede la competizione fra due forze, l’ambiente sociale (bisogno di integrazione  sociale) che costringe il cervello verso operazioni dettate dalla società (un’omologazione del pensiero e dell’apprendimento, in termini pedagogici). L’altra forza, il nostro DNA psichico” (bisogno di individuazione), opera una costrizione quasi istintiva verso modalità prettamente nostre, soggettive, quindi uniche.

Per il piccolo Nicola che frequenta la scuola elementare, è stato fondamentale riconoscere di avere una modalità peculiare e propria nel gestire immagini, nell’associarle a segni grafici e sonori, nell’apprendere i verbi  immagazzinandoli nella memoria in modo indelebile e allo stesso tempo plastico, nell’uso creativo quindi della lingua per pensare ed esprimersi in modo originale e soggettivo.

Solo così, di quel nuovo bagaglio culturale, ne ha potuto comprendere la funzione: sollecitare le proprie idee all’infinito, renderle vive evitando di farle scomparire nel nulla.

Pedagogicamente il padre ha trasmesso un metodo che nel figlio ha creato interesse e desiderio di approfondimento delle proprie capacità cognitive. L’uso corretto dei verbi ha dato a Nicola la possibilità di esprimere le proprie idee che si sviluppavano di volta in volta con l’uso della nuova struttura cerebrale.

Ai verbi e alle loro declinazioni, neurologicamente si associa un’intensa arborizzazione sinaptica, che con l’uso, e solo con l’uso, si intensifica  permettendo di creare altre idee, permettendo l’espressione del SE’ ORIGINARIO di Nicola che cresce e matura.Questo processo  non è appartenuto solo al piccolo Nicola, questo capita a tutti.

metodo – interesse – apprendimento potenziato – consapevolezza della propria creatività –  potenza cognitiva maggiorata – espressione fedele della propria identità differenziata dal contesto sociale.

E’ Jean-Pierre Changeux, neurobiologo francese (“L’uomo neuronale”, Feltrinelli, 1983), a parlare di arborizzazione sinaptica quando descrive la strutturazione del cervello. Esistono, a suo avviso, periodi di maggiore proliferazione sinaptica in cui, quindi, i filamento che uniscono i neuroni (le sinapsi) assomigliano a districatissime foreste amazzoniche.

Se il bambino, il ragazzo, l’uomo (adulto e/o maturo) non adopera alcune funzioni cerebrali e psichiche (lettura, arte, matematica, musica, ballo, scienza, poesia), esse si atrofizzano e muoiono. Quelle invece in uso sopravvivono.

Il nostro Nicola Ghezzani ci riporta un esempio chiaro:

un bimbo sottoposto ad uno stile educativo di premi e punizioni subisce la repressione della fantasia e le sue sinapsi, deputate a quella funzione, muoiono.

 

Changeux sostiene, inoltre, che l’eliminazione delle terminazioni sinaptiche attive, crea ordine. 

Questo stato di ordine, osserva Ghezzani, coincide con l’ordine sociale.

Al contrario, nello stato di disordine, determinato da un grande uso di molteplici funzioni, si  permette al nostro cervello di determinare una ricchezza di possibilità cognitive, creative e fantastiche non indifferente, le quali identificano la nostra originalità.

Con le parole di Ghezzani, ci permettiamo di estrarre il messaggio pedagogico:

Il bambino gioca, fantastica, esplora e scruta il mondo adulto perché gli consente di tenere in esercizio connessioni sinaptiche che rischierebbero di morire; mentre così facendo le salva e le rende stabili e funzionali. Se ha molto giocato e fantasticato, ha provato molti sentimenti e ha empatizzato e visto la realtà da molteplici punti di vista, è destinato a mantenere in vita le strutture neurali che glielo hanno consentito. Quindi ad essere più versatile, più complesso, più intelligente”

Ogni bambino ha un progetto psichico innato

Meditiamo e, occupandoci di pedagogia, non trascuriamo quanto le neuroscienze ci offrono per migliorare la relazione educativa.