Adolie Day ha fatto una scelta precisa nell’illustrare Dopo il temporale, edito da Librì, progetti educativi, 2017.

Tre sono i colori nel libro: nero, giallo e blu cobalto.

Il nero definisce le figure e le persone in modo deciso. 
Il giallo, colore del sole, disegna la serenità, la felicità ed i sorrisi del cuore. 
Il blu cobalto dipinge il temporale fatto di nuvole tanto pesanti che entrano nel cuore del piccolo protagonista.

Il sole è la normalità, la quotidianità, la famiglia, l’amore, le uscite, l’aria aperta, è la libertà, mentre il temporale è lo stato di assedio, è l’incubo degli attacchi, è il dopo bomba, è il nero, è la separazione, è la fretta di nascondersi, è il terrore negli occhi, è la rabbia, è l’infinita tristezza.

Il sole si associa ad emozioni belle, il temporale ad emozioni di paura. I bambini sono proprio così: chiari e semplici!

Per evitare di aggrovigliare il loro mondo emotivo nel bel mezzo di un disastro, l’abilità di Helene Romano, autrice del libro, indica la strada giusta: ascoltare la voce bambina che tirerà fuori, grazie alle amiche parole, il macigno della paura.

 

Gli scempi terroristici da sempre creano traumi in tutti, grandi e piccini.
Il trauma, ci insegna la psicologia dell’emergenza, è tempo-sensibile, nel senso che prima si interviene su di esso, meno profonde saranno le ferite che ha inferto. Di conseguenza, i macigni nella pancia del piccolo protagonista, così come in tutti i bambini che hanno assistito direttamente o indirettamente ad un attacco terroristico,  saranno meno pesanti!

 

Nel buio del temporale, una mamma ed un papà possono dimenticare la percezione che loro figlio ha del disastro. Ma, cosa ancora più grave, loro possono ignorare il senso di colpevolezza generato dall’indifferenza verso lo stato emotivo in cui naufraga il loro bambino. Solo il cane Dudù è realmente empatico con lui, almeno lui.

Il nostro bambino, dopo aver sperimentato la mancanza di sorrisi, di coccole, di abbracci, di uscite al parco, di giornate positive di lavoro e di scuola, di acquisti spensierati al supermercato, di giochi sulla spiaggia con il super fratellone Sasha, … deve ammalarsi per farsi notare e deve andare dal dottore per ritornare in mente a chi gli vuole bene!

“E’ sempre così, i grandi pensano che siamo troppo piccoli per capire ma alla mia età non si è mica neonati!”

Non regge neanche la bugia raccontata dagli adulti sulle candele, sui fiori ed sui disegni in memoria delle vittime. Candele, fiori e disegni non stanno in un luogo da  decorare!

Il dottore da’ la soluzione, ma è la condivisione della paura e della speranza di tutti, grandi e piccini,  a rappresentare la forza di accendere nuovamente le pagine gialle come il sole.

 

 

Il nostro bambino, insieme con la mamma, il papà, Sasha e Dudù,  raggiunge il luogo delle candele accese per lasciare il suo disegno e allontanare le nuvole dei terroristi. 

“… dopo il temporale, torna sempre il sole”

 

Alla fine del libro,  nella sua struttura ben pensata, sono state lasciate accuratamente  due pagine vuote in cui i piccoli lettori  sono liberi di proiettarsi quando avvertono la paura e, disegnando se stessi, si immaginano nel momento in cui la stessa paura va via, per sempre.

Il libro diventa, così, un amico da tenere con sé nei momenti difficili, qualora la pioggia appanni lo sguardo di mamma e papà!

I risvolti del testo sono pieni di visi di bambini gialli, perché i bambini sono gialli come il sole e noi, riconoscendo questo loro potere, facciamo civiltà!

 

Dopo il temporale, Helene Romano, Librì, progetti educativi, 2017

https://www.progettieducativi.it/prodotto/dopo-il-temporale/

 

I termini “immaginazione” e “fantasia” sono appartenuti per lungo tempo alla storia della filosofia, mentre la psicologia, in veste di  scienza moderna, ne ha fatto la loro conoscenza  più tardi.
Nei   programmi scolastici – ahimè e ahinoi – l’  immaginazione è secondaria all’ attenzione e alla memoria, tant’è che l’alunno che è attento e che ricorda perfettamente è un alunno perfetto.
Storicamente solo nel ‘700 si arriva a distinguere la facoltà di produrre percezioni delle cose sensibili assenti (immaginazione) e la facoltà di fingere  (fantasia), ossia quell’ abilità di ricomporre mentalmente qualcosa di cui non si ha mai avuto percezione con i sensi.
Hegel (1770 – 1831) è il primo a distinguere l’immaginazione dalla fantasia definendole determinazioni dell’intelligenza: l’immaginazione come intelligenza è riproduttiva, mentre come fantasia è creatrice.
Più avanti, il fisico Albert Einstein (1879 – 1955)  affermò che “l’immaginazione è tutto. È l’anteprima delle attrazioni che la vita ci riserva”, una dichiarazione che ha in sé un fondamentale concetto educativo: se lavori di immaginazione bene, crei una vita a tua immagine e somiglianza, quindi ricca, colorata e densa di significato.
Ciò lo si impara più facilmente da piccoli e, nel momento in cui l’immaginazione la si associa alla fantasia, si crea una sorta di miscela esplosiva a favore di individui sempre più intelligenti e saggi.
Ad oggi come stanno le cose?
La fantasia creata dalla spettacolare rappresentazione della realtà e dai media non permette più, in verità, di sentirci padri e madri della nostra fantasia quella che è frutto del nostro mondo emotivo e mentale. La realtà in TV e nel web ci appare fantasticamente spettacolare e rappresentativa di una normalità fantasticamente anormale. A pensarci seriamente è un dovere per noi in quanto adulti, genitori ed educatori disconnetterci di tanto in tanto da questa realtà indotta che va in scena davanti a noi.
Il rischio è che la nostra vera fantasia perda al suo confronto. E’ necessario, quindi, ricercare con fatica da qualche parte della nostra interiorità, il seme delle nostre immagini mentali, lavorarci sopra e creare qualcosa di veramente originale, proprio come dovremmo essere noi: unici e irripetibili.
Ma non è così, anzi non è più così e, ancor più, non lo sarà se…non ci riappropriamo con forza e desiderio del senso della realtà che è solo un lavoro della nostra fantasia, da sempre. Grazie alle fiabe abbiamo svelato i segreti della vita, abbiamo risolti  i nostri conflitti interiori, abbiamo sedato le nostre ansie. Abbiamo interpretato bene il ruolo di bambini e ci siamo corazzati per diventare adulti responsabili nei confronti di noi stessi e degli altri.
La nostra vita non è piatta, semmai è passiva di fronte a questo spettacolo. La fantasia, allora, entra in gioco per riconquistare lo spazio interiore, riflessivo, spirituale e per divenire, infine, attiva nei confronti della vita da creare e non da subire.

 

 

Queste non sono riflessioni per adulti eruditi, ma semplicemente riflessioni cruciali da fare e da proporre proprio a quegli adulti che considerano il libro uno strumento per crescere.   Un libro nelle mani di un bambino è pane per la sua fantasia. Un buon libro nelle mani di un bambino in età prescolare è esortatore di fantasia. Ma, attenzione! Un buon libro.
facciamo un esempio: la caratteristica degli albi illustrati sta nel non riempire di significato diretto un disegno o una rappresentazione grafica (sia esso segno sia esso disegno), ma  nell’ offrire l’elemento fantastico come opposizione alla realtà, sempre trasformabile in questo modo. Questo è il trucco! La fantasia in tal modo non è servita su un vassoio d’argento, ma è solleticata nella mente del bambino come la panna che si monta su una torta invitante. La fantasia, generandosi e crescendo, convincerà il bambino di essere capace a creare, a pensare, ad immaginare, a prospettare e a … guardare il proprio futuro da questo punto, in questo momento!

“Creatività è sinonimo di pensiero divergente, cioè a dire la capacità di rompere continuamente gli schemi dell’esperienza. È creativa una mente sempre a lavoro, sempre a fare domande, a scoprire problemi dove altri trovano risposte soddisfacenti, a suo agio nelle situazioni fluide nelle quali gli altri fiutano solo pericoli, capace di giudizi autonomi e indipendenti  (anche dal padre, dal professore, dalla società), che rifiuta il codificato, che rimanipola oggetti e concetti senza lasciarsi inibire da conformismi”  (G. Rodari, la grammatica della fantasia, Einaudi Ragazzi, 2009 p. 181).

Ecco perché è importante leggere ai nostri figli.
                                                                                                                                           M.C.

Bibliografia

Come pensiamo, John Dewey La Nuova Italia, Firenze 1969

La psicologia dell’arte, L. S. Vygotski, Editori Riuniti, Roma 1973

Immaginazione e creatività nel’età infantile, L. S. Vygotski, Editori Riuniti, Roma, 1972

Come nelle buone favole, il topino Nic vive ed agisce come un bambino. Con il suo cappellino ed il maglioncino rosso, affronta i primi ostacoli della vita grazie al sostegno della nonna.
La nonna è una figura tenera, dispensatrice di solidi messaggi destinati al nipotino, fatti di parole misurate che calzano a pennello sulla personalità in crescita.  l’immagine nel testo che rappresenta la nonna e Nic intenti a pescare nel rossore di un prudente tramonto, è un fermo immagine che racchiudere la profondità di un legame indissolubile e solennemente silenzioso. 

Nic crede ciecamente in ciò che la nonna dice. Tutto ciò che lei saggiamente intende veicolare come pillola di saggezza, diventa un àncora di salvataggio per Nic, un topino timido che ha difficoltà a relazionarsi con gli altri ed ha anche paura di entrare a scuola, nel mondo dei grandi. “La scuola si abituerà a te”,  “Un giorno avrai tanti amici che ti ci vorrà una barca per  farceli stare tutti”, “quando una cosa è stanca di nascondersi si fa viva da sé”, queste le parole sagge che torneranno senz’altro utili da qui in avanti.
L’autostima di un bambino è nelle parole, nei toni, nella melodia vocale empatica di un adulto referente: nel caso di Nic è la nonna, più che la mamma ed il papà, a tessere i fili fra il passato maestro ed il suo futuro coraggioso e solido.
Ma il calore del camino che rischiara il corpicino di Nic  proteso verso la nonna in poltrona presagisce un equilibrio che sta per perdersi: la nonna muore di vecchiaia e Nic non si rassegna alla perdita. Come avrebbe potuto? Lei era la sua amica e non lo ha neanche salutato per l’ultima volta! 
Un bambino può attraversare un dolore, ne è capace, e lo fa in solitudine, rompendo il mondo che lo circonda così com’è. È necessario che mamma e papà lo osservino e assecondino la  sua rabbia incontrollata senza lacrime.
La mamma ed il papà di Nic lo osserveranno anche quando, alla lettura del testamento, Nic giudicherà la nonna che ha lasciato piccolezze inutili a tutti i parenti. Nulla ha più senso senza l’affetto principale che regolava la sua vita oramai in bilico.
Allorquando apre il lascito che la nonna ha riservato a lui, Nic è ancora più stupito e arrabbiato per l’inutilità di un gigantesco foglio bianco con cui non sa proprio di che farsene. 

 

 

Infatti, lo appallottola e lo getta via, per poi ritrovarlo e leggere sullo stesso con più attenzione la parola piegami. 

 

A distanza, nella memoria di Nic inizia a riaffiorare il ruscello di parole sagge della nonna: il foglio piegato a mo’ di barchetta che lei gli insegnò in una giornata piovosa, è la chiave di volta verso l’elaborazione della mancanza.
Nic, ubbidiente, costruisce la barca di carta che si rivela più grande di lui e, quindi, si porta proprio sullo stesso pontile che un tempo lo accoglieva nel rossore dei pomeriggi quieti in compagnia della nonna. Questa volta il verde pastello della scena è delizioso  e colmo di speranza per il futuro. Un amico, Croc lo scarabeo,  invoca, strillante,  un passaggio sulla barca e Nic lo accoglie.  
Sembra proprio giunta l’ora di  intraprendere un lungo viaggio e la barca di carta non è più sufficiente.
Serve rafforzarsi ed è necessario un atto di fede nel passato. Un salto nel buio dei ricordi e della sofferenza fatta anche di lacrime che gli rammenti la nonna, le sue sagge parole, la certezza che gli infondeva nel futuro e la sua memoria sempreverde: ecco il bisogno di Nic!
La barca di carta si incaglia, serve l’intervento di una magia che solo una maga-strega può fare. La si deve scovare nel profondo di un bosco e Nic,  coraggioso, va alla ricerca della “Talpa tremendosa” che, rude e cinica, in prima istanza tenta di far desistere il piccolo, ma alla vista delle lacrime suscitate dal vuoto affettivo lasciato dalla nonna, concede quanto richiesto: la polvere di radice magica!
La barca arenata su un isolotto si libera grazie a quella polvere che la trasforma in una barca vera e propria!
Nic, non più naufrago,  Croc ed una lunga serie di amichetti che si aggregano ai due naviganti, iniziano il loro viaggio verso il futuro. Nic è felice, ora. È cresciuto proprio come la nonna aveva previsto e predetto. La nonna, l’amica, l’affetto primordiale incondizionato ora è lì, anche se Nic non la vede più con gli occhi, ma con la profonda certezza dei battiti del cuore … e lo legge ogni qualvolta ammira la sua nuova personalità, la sua barca che ha il nome che si merita, la sua “Margherita”. 

Roberto Luciani raccoglie nel corpo di un testo delicato, tutta la sensibilità necessaria a che un bambino percepisca, elabori e comprenda che gli affetti indiscutibili, dalla realtà esterna, passano attraverso il cuore ed il buio del dolore, per poi incarnarsi in cose pregne degli stessi; cose per le quali avere cura perché ispirate dall’amore profondo dal quale  ogni bambino non può prescindere e di cui ha diritto.
Sin dalle immagini del primo risguardo del libro, il senso del legame nonna-nipote è visibile in tutta la sua simbologia buona: il pontile, il mare, la nonna, l’amico, la barca in un andirivieni che è il senso della vita.  I colori pastello sono validi alleati nell’ avvicendarsi dei sentimenti di Nic e del tema del lutto per gli occhi di un bambino. Il libro è un piccolo capolavoro da custodire nelle librerie dei nostri bambini perché i passaggi tra le età della vita ci appartengono, senza eccezioni.

 

 

Roberto Luciani, Nic e la nonna, collana Collilunghi,  Librì progetti educativi S.r.l. Firenze, 2017

Oggi è il giorno della befana, una donnina che porta i doni ai bambini, bravi e buoni come racconta la tradizione.

In questa festa mi viene in mente un’altra donnina dall’aspetto ancora più bruttino, forse orripilante che è la Baba Yaga. Una donnina molto vecchia, non curata, unghie lunghe di mani e piedi, denti inesistenti, mento adunco, che viaggia su un mortaio e direziona il suo volo con una scopa fatta di capelli.

Ai suoi comandi ci sono mani operose e tre cavalieri che scandiscono le sue giornate: l’alba, il sole e la notte.

Nella fiaba di Vassilissa, la Baba Yaga è un personaggio fondamentale perché trasmette un sapere ed una saggezza cruda e cinica, ma vitale per le bambine, le quali la incontrano quando è buia la loro notte, quando le difficoltà emotive le mettono a dura prova e sembra che la vita sia spenta.

Vassilissa è una bimba orfana di madre. La sua mamma, da brava mamma, le ha ricordato in punto di morte che una bambina deve ricorrere alla sua saggezza interiore sempre. Un tesoro che esiste dentro ogni bimba solo per il fatto che è la propria mamma che lo trasmette e che lo verbalizza. Questo è il segreto delle bambine che un giorno saranno donne forti e complete!

La bambolina fatta a sua immagine e somiglianza, che Vassilissa tiene nella tasca del vestito e che la mamma le raccomanda di interpellare in qualsiasi momento la piccola abbia un dubbio o un timore, è la voce della saggezza femminile che si tramanda di madre in figlia.

La Baba Yaga, sarà anche orrenda, ma è quella parte nera che ricorda all’animo femminile la sua capacità di operare nella realtà più ingrata e più difficile. Baba Yaga sapeva che Vassilissa ce l’avrebbe fatta a riportare il fuoco, il calore, la luce nella sua vita, nonostante la solitudine a cui la morte della madre l’aveva costretta e nonostante la ferocia di figure femminili (matrigna e sorellastre) che non conoscono saggezza, ma solo egoismo!

La fine della fiaba è lieta, ma anche qui non è scontata. Seguire la saggezza che è nascosta dentro di sé porta comunque a buon fine. Infatti, se il fine è l’incontro con un uomo che apprezza le doti interiori o il fine è l’arte (filare, cucire, lavorare) che hai appreso con la tua forza e che ti sosterrà nella vita autonomamente, è la stessa cosa. Si raggiunge un obiettivo  scelto perché hai seguito i tuoi talenti in cui tua madre (o chi ne fa le veci)  ha creduto anche al tuo posto.

Vassilissa e la Baba Yaga, una fiaba da sussurrare a tutte le bambine che devono prima o poi tenere le loro mamme nel cuore, che devono mantenere quel “sottile filo rosa” tessuto dalle bisnonne, dalle nonne, dalle mamme e che filerà in futuro.

È naturalmente  una  fiaba toccante  che aiuterà tutti i bambini  a conoscere ed interpretare l’animo femminile che li ha messi al mondo.