Fabio e Paolo sono due fratellini che hanno conosciuto le aule del tribunale e quelle dei servizi sociali molto meglio che gli asili, i banchi di scuola e gli spazi destinati al divertimento dei bambini. 

Finalmente, dopo tante prove fatte per capire se la loro mamma ed il loro papà potessero meritarseli, Fabio e Paolo hanno incontrato una nuova famiglia. 

Gli occhi dei due piccoli fratellini hanno brillato sin da subito per tanto tempo e, quando hanno percepito che formalmente quella nuova era la “loro” famiglia, hanno cominciato ad “interpretare stessi” e a … fare quello che desideravano di più! Tipo le marachelle. 

La nuova coppia di mamma e papà ha iniziato a incontrare alcune difficoltà: quei due bambini così piccoli stavano mettendo a dura prova la loro bontà, la loro pazienza e l’indiscussa capacità di accoglienza che era riconosciuta loro da tutti.

La domanda che rimbalzava alle loro coscienze senza trovare risposta era: “ma perché dopo tanti e tanti mesi i nostri bambini si dimostrano … come dire …. ingrati?”

Questa è una descrizione semplificata di cosa sia l’istituto dell’adozione, ma pertinente. Tutto si concentra proprio nel periodo postadottivo. Quel periodo di passaggio fra l’idillio iniziale e la migrazione verso la stabilità familiare. Un limbo in cui i bambini, qualsiasi età abbiano, mettono alla prova chi ha deciso di accoglierli. 

La domanda molto più intelligente che i bambini esprimono in questo modo è: sei capace tu, nuova mamma, e tu, nuovo papà, a farti carico di me che non conosci? Qualsiasi persona diventerò, visto che quando sono nato non avevo un pezzo di voi dentro di me? Siete capaci di edificare, come nelle migliori costruzioni umane, persone nuove, come in un lavoro di squadra, insieme, staccandoci da quello che ognuno di noi era? 

Siete capaci voi due di crescere bambini che sanno meglio di voi che significa non “essere voluti” abbastanza? 

Nel nostro caso, Fabio e Paolo vivevano con i nuovi genitori in una bella villetta a due piani. E se per qualcuno questo piccolo particolare è un lusso da apprezzare anche logisticamente, nel caso dei fratellini non lo era affatto! Due piani, due mondi paralleli, due vite diverse – sopra come in istituto, sotto il brulicare quotidiano di una famiglia – che dividono ancora, che li allontanano di nuovo. 

Unire e condividere gli spazi, senza divisione alcuna, costantemente in un rituale mai monotono, perché corposo di affetti e di significati, è stato un passo visibile  per “fare famiglia”, quella che mancava a Fabio e a Paolo i quali la richiedevano a modo loro.

Trovare momenti di condivisone familiare come la lettura di favole alla sera prima di addormentarsi è un altro modo che ha permesso anche a mamma e papà di sentirsi capaci di essere genitori. E il rendersene conto quando un appuntamento saltava, era un episodio rischioso perché la fiducia può vacillare mentre costruisci il presente affettivo ed il futuro sicuro di bambini che così si sentono veramente “voluti”. 

Se c’è però un problema, esso non sta nelle famiglie adottive in costruzione. Il problema è e rimane a carico dei servizi territoriali che hanno la responsabilità di sostenere proprio in questo periodo delicato le interazioni familiari. Servizi che sanno operare con competenza nell’adozione.

Chi adotta opera un servizio sociale di per se’, agisce un’opera umanitaria civile, presta un servigio allo Stato il quale in tal modo non sostiene più le istituzionalizzazioni di bambini come Fabio e Paolo. Non dimentichiamolo mai.