La MORALE spiegata partendo dai bambini

Pierfrancesco è un bambino sereno che vive una vita fatta di abitudini sane e salutari. È un bambino normale con due genitori affettuosi e accudenti ed un contesto familiare allargato a lui costantemente relazionato. Ha due anni e mezzo. Frequenta il nido ed ha instaurato rapporti emotivamente validi anche con i compagni di asilo. 

Un giorno i suoi genitori, sempre presenti nella sua quotidianità, lo preparano al fatto che, dopo il sonnellino pomeridiano, si sveglierà accanto ai nonni presenti in casa per l’occasione perché loro sono impegnati fuori casa. Ciò è fattibile perché Pierfrancesco è legato affettivamente ai nonni e non ha mai manifestato alcun rifiuto nei loro confronti. 

Per la prima volta un giorno si sveglierà dal sonnellino pomeridiano con accanto a sé la nonna. Ma il risveglio non è piacevole anche se non drammatico. Pierfrancesco è triste fino alle lacrime, che però scompaiono alla vista del nonno sulle cui gambe Pierfrancesco si accuccia. La nonna non da segni di malcontento naturalmente e, mentre ritorna la calma nell’animo del piccolo e le cose intorno a lui si rimettono in ordine, lei intenta a preparare la merenda, vede il nipotino accanto a sé che le chiede di abbassarsi verso lui e che  l’abbraccia forte forte. Senza proferire alcuna parola esplicativa.



Il comportamento di Pierfrancesco non rimanda solo alla relazione affettiva e familiare, ma anche al senso morale nascente in lui. Vediamo perché.
Fino a poco tempo fa sarebbe stato impensabile partire dai bambini per spiegare la moralità.
Esistono delle idee di base circa il senso morale come in particolare: “non fare agli altri quello che non vuoi si faccia a te” o “ama il tuo prossimo come te stesso”.
Queste idee presuppongono che noi siamo capaci di adottare la prospettiva altrui.  Piaget (1932) era convinto che lo sviluppo morale avesse inizio in età adolescenziale e che le categorie bene/male, giusto/sbagliato fossero dedotte da imposizioni, punizioni e ricompense inflitte ai bambini. Lo scienziato adduceva questo difetto all’incapacità del bambino prescolare di adottare la prospettiva altrui, di trarne intenzioni e di seguire norme astratte.
Gli scienziati Mikhail J. (2007) e Hauser M. (2006), in tempi più vicini a noi, hanno accennato ad una sorta di grammatica morale universale che nasce con il bambino e Haidt J. (2007) parla, in aggiunta, di moralità costruita sul substrato delle sensazioni e non delle conoscenze dovute all’esperienza.
Entrambe le visioni teoriche  stridono con la possibilità di ipotizzare una crescita morale nel bambino. Cosa che è sostenuta e condivisa da Alison Gopnik, psicologa dell’apprendimento infantile, la quale evidenzia di contro che, secondo le ultime ricerche scientifiche, nei bambini anche piccolissimi esistono fondamenti morali, ma non innati ed immutabili, né tanto meno derivati da un serbatoio di reazioni emotive.
La psicologa di Berkeley sostiene che i bambini conoscono il mondo, lo percepiscono e variano le loro azioni “morali” modulando i loro giudizi verso le cose e le azioni. I bambini sono empatici e si identificano con gli altri (imitano il viso della mamma sin da subito assorbendone la mimica dettata dalle sue emozioni) e sono in grado di comprendere che i loro sentimenti sono condivisi dagli altri.
Allo stesso tempo comprendono le regole, cercano di seguirle ed usano le conoscenze empatiche come motore per intervenire su di esse.
secondo questo modo di interpretare si può tranquillamente pensare che il bambino si dica: “non faccio del male a qualcuno perché so cosa significa quando qualcuno fa del male a me”. Questo è un comportamento che i bambini apprendono grazie alla stretta relazione fra imitazione e empatia. 
Fare del male a qualcuno è sbagliato perché è radicato nell’empatia delle fasi iniziali della vita. È una preoccupazione morale che si estende ai simili. L’empatia ed il rispetto delle regole danno pertanto luogo alla moralità tipicamente umana.
Per capirci, i bambini possono estendere l’empatia che provano verso mamma e papà ad una gamma molto più ampia di persone (i nonni ed i parenti tutti e gli amici), quindi estendono la loro preoccupazione morale a coloro che sono simili a loro,  a chi ha una relazione con loro. Al contempo, possono negarla a chi non rispetta la somiglianza, a chi “non sentono” loro simile. Anche in questo caso gioca molto il binomio imitazione/empatia (pensiamo all’appartenenza ai gruppi e alla loro differenziazione).

Torniamo a Pierfrancesco. Il nostro bambino rimane estremamente affettuoso e per giunta coerente. Nell’esempio sopra esposto lui prova ed esprime il dolore e la paura dell’abbandono che però colma prontamente con il legame “simile” con il nonno. Così può attendere con calma il rientro dei suoi genitori.
In questa bolla di sicurezza ritrovata, pensa a quanto male fa il rifiuto e la mancanza di un abbraccio e pensa che con i suoi simili non ci si comporta così. L’abbraccio che ha scelto di dare alla nonna a quel punto non ha significato “perdonami, non lo faccio più” (una pretesa ridicola da parte dell’adulto! Per giunta una striminzita interpretazione).
Riflettiamo sul senso del comportamento di Pierfrancesco nella visione scientifica appena accennata. L’abbraccio può significare piuttosto “non reggo il dolore (empatia) che tu hai potuto sopportare per il mio rifiuto e questo non si fa (regola) se sei come me, un mio simile. Ti restituisco quello che io avrei voluto”.



Bene, le considerazioni scientifiche della Gopnik (2009) aprono scenari interessanti ed estremamente curiosi circa la condotta morale che gli adulti adottano. Nell’educazione è importante tenere conto di quanto esperito da questa letteratura scientifica, perché i bambini ci osservano con gli occhi della pelle, della mente e dei sentimenti. Solo in un secondo momento danno nome ai loro comportamenti imitati direttamente dal mondo adulto che è rappresentato dai suoi cargivers: genitori, nonni, pari, insomma, tutti i suoi simili.
Pensiamo ai contesti educativi in cui decidiamo (scegliamo consapevolmente e con coriacea responsabilità) di far crescere emotivamente i nostri bambini. Da ciò dipende il loro comportamento morale da grandi, quando diventeranno quegli adulti  che con noi, con la nostra partecipazione, edificando le loro persone e le loro relazioni nella speranza che intercettino più simili possibili.

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