L’intento nobile dei libri della collana Colli Lunghi editi dalla casa editrice Librì Progetti Educativi è preciso: aiutare i bambini e le loro famiglie ad affrontare i piccoli e grandi problemi della vita. 

Noi di bisognibambini siamo al quarto appuntamento con la collana Colli Lunghi e l’autore de I Giochi Coraggiosi, Roberto Piumini anche in questo caso non smentisce il compito preso dall’editore. Infatti, le sue dieci brevi storie sono efficaci,  dirette e aderenti all’intento originario.

Bettleheim (1903-1990) suggeriva di ricordare bene quali fossero le emozioni che nella nostra adolescenza ci facevano agire in un dato modo, corretto o scorretto che fosse. Questo è sufficiente per accogliere il comportamento dei nostri figli ed essere clementi con loro se tale comportamento è scorretto o non coerente con le regole impartite. Il solo ricordo dello stato emotivo, il mero vivere un proprio stato empatico pregresso, è sufficiente per essere ben inteso da chi ci ascolta, in un preciso momento, nel bel mezzo di un’azione educativa. Cioè a dire, per non essere  frainteso, dando vita a conseguenze difficilmente recuperabili.

Piumini fotografa quelle emozioni e ci invita a non dimenticarle.

Crediamo che la tensione vissuta da Luca, quando deve salire sulla bicicletta per imparare a pedalare senza le rotelle di supporto, proprio come lo sa fare Giacomo, il fratello maggiore, sia rappresentata da Piumini esattamente quando il piccolo Luca ripete e ripete al fratello di tenere la mano al sellino e di non lasciarlo da solo. Sembra sentire il tono rassicurante nelle parole di Giacomo!

Matteo che vive come una costrizione la visita della sua mamma e del suo papà ai genitori di due fratellini gemelli un po’ bulli – almeno così si dice a scuola! –  visita che lo forzerà a fronteggiare la coppia di bambini per poi ridimensionarli dopo il primo impatto coraggioso …. anche questa piccola grande sfida è perfettamente dipinta attraverso un linguaggio tanto semplice quanto convincente.

Ed ancora, la confusione di Caterina, una bambina che teme di diventare “seconda” nel cuore della zia, che ora ha partorito una bimba, una confusione che cresce insieme alla pancia della stessa  zia Silvia, ma che Caterina deve realizzare come una verità. Caterina fa da sé, aggiusta il tiro della sua precedente esclusività nel cuore della zia e riesce a far posto alla cugina neonata nel suo di cuore.

E Martina che subisce la propria irresponsabilità, la dimenticanza a casa della borraccia che le fa anelare una fonte d’acqua lungo il percorso in montagna, circostanza che la fortifica sempre di più lungo il cammino e attraverso la quale apprende il sacrificio, l’altra faccia della medaglia!

Di grande effetto la storia della piccola Silvia che all’uscita da scuola non trova la mamma e che deve attenderla per un tempo infinito, un tempo di dolore silente, di paura dell’abbandono … un sentimento indimenticabile per chiunque, indelebile per tutti noi che nasciamo agganciati al corpo materno.

Tante altre le storie, belle e delicate, tutte prime, nessuna seconda, ma una fra tutte riesce a prendere per mano due generazioni, “La pasta”. In essa  Lorenzo e nonno Massimiliano impastano una pizza fatta in casa a quattro mani. È sublime leggere, con la lentezza dovuta, come si amalgamano gli ingredienti ed i sentimenti:  farina, acqua, lievito, pazienza, legame affettivo, collaborazione, modi di fare e di pensare che si tramanderanno senza dubbio alcuno, da qui in avanti senza sosta!

Le immagini illustrate da Marco Somà sono lì, pronte e fedeli ai messaggi dichiarati. I bambini riescono a immedesimarsi nelle figure che rappresentano bimbi veri con espressioni facciali pertinenti e rincuoranti.

Un libro completo. Un libro della collana Collilughi.

https://www.progettieducativi.it/prodotto/giochi-coraggiosi/

 

“Mettiamo subito in chiaro una cosa: chi non ha almeno una paura è inutile che resti qua. Perché io insegno come si fa ad acchiappare le paure proprie e non quelle degli altri. Intesi?”

Billi ha un mantello pieno di colori, una barba che incornicia un viso paffuto, tra le dita una pipa magica ed in testa tante storie che servono a fare amicizia con la paura per poterla meglio governare.

Ogni bambino ha una sua paura. Il difficile per lui è tirarla fuori per affidarle la giusta dimensione e contrastarla con il coraggio. Ed infatti dalla danza fra coraggio e paura che Billy comincia a parlare ai quattro piccoli spettatori.

C’è il re che, ascoltando un cattivo consigliere, non pianta il seme della paura regalatogli dalla fata insieme al seme del coraggio, ma pianta solo il secondo non realizzando in questo modo alcun germoglio coraggioso!

“Senza paura non c’è coraggio” rimarca Billi a chi lo ascolta.

C’è il bambino che gioca e si diverte con Paura, una bimba piccola piccola. Ma nel momento in cui lui da’ retta a Spavento, egli comincia a temere la piccola amica, cosa che la fa crescere spropositatamente ai suoi occhi. Paura riesce a rientrare nelle giuste dimensioni quando il bambino ricorda di esserle amico!

C’è Piero che ha paura del lupo cattivo. Billi a lui racconta di un piccolo lupo che ha paura di cappuccetto rosso cattivo perché la nonna lo avvertiva di comportarsi bene altrimenti, gironzolando per il bosco,  avrebbe potuto incontrarlo e … così accadde! Ma alla fine Cappuccetto fu generoso lasciandogli la merenda.

C’è l’orsetto che ha paura del buio, ma con lui la luna nel cielo scuro è proprio buona regalandogli occhiali attraverso i quali riesce a vedere al buio le cose illuminate dalla luce lunare. Il mantello di Billy ne custodisce quattro paia di quei magnifici occhiali che sono distribuiti, quindi, ai quattro bimbi.

C’è il bambino che ha paura dei brutti sogni … uno in particolare si era intestardito con lui ogni notte. Ma a quel punto una geniale trovata della nonna gli ha permesso di cancellarlo con la matita una volta riapparso,  per sempre e per non tornare più.

C’è l’uccellino che ha paura di lasciare la mamma, il nido e tanta sicurezza attorno a sé non permettendosi di crescere e di diventare autonomo. Alla fine, grazie al’ingegno di una piuma, azzarda il volo e ci riesce stupendosi di se stesso.

C’è il topino che per vincere la paura dei fulmini impara a misurarli dimenticandosi, ormai impegnato con i numeri, della stessa paura.

C’è un ospedale cupo per bambini che non conosce la potenza del sorriso contro la tristezza e la malattia, ma che riesce a illuminarsi grazie alla stessa  che entra prepotentemente tra i corridoi ed i letti dei piccoli pazienti.

Ed infine c’è Margherita, la voce del libro, che non ha fiducia in sé e non crede di essere bella. Con la complicità di una farfalla variopinta, Margherita si trasforma in troppi fiori che con le loro corolle coprono la sua identità originale. Solo quando la nostra bambina si specchia e non si riconosce, apprezza  tutta la bellezza che racchiude il suo viso.

E ci sono le rime di Billi che promettono di danzare nella memoria dei bambini quando le useranno al momento opportuno.

Coraggio, emozioni da sperimentare, autostima e dialogo sulla paura: tutti validi ed ingegnosi strumenti di supporto alla consapevolezza emotiva che aiutano a crescere i bambini in modo equilibrato.

Maria Loretta Girardo ha creato un menu di storie che aiutano anche i grandi a parlare con i bambini delle paure. Giulia Orecchia, dal suo canto, accompagna eccellentemente il  vivace mondo di “colori emotivi” che spiccano tra le pagine.

Colori che calzano a pennello su emozioni che spesso e ancora non hanno riscontro verbale per i piccoli che le vivono, ma dalle quali rischiano di essere sommersi.  

 

https://www.progettieducativi.it/prodotto/billi-acchiappapaura/

 

I bambini speciali sono spesso accompagnati da figure specialistiche lungo il loro percorso di tutela.
Così come  la neuropsichiatra infantile, dott.ssa Tatiana Curti, ha risposto alle nostre domande (link),  ecco in questa intervista un tutore minorile, l’avv. Maria Rosaria Vincelli, che risponde ai nostri quesiti sulla tutela di tutti quei bambini e quei ragazzi privi di un’adeguata, anche quando temporanea,  ed efficace responsabilità genitoriale.

 

1) Avv. Vincelli, in che cosa consiste il suo lavoro con i minori?

Prima di rispondere alla sua domanda, è necessario, quanto utile sottolineare che il lavoro dell’avvocato che si occupa di minori è complesso, sia sotto il profilo professionale che umano, emotivo. Il mio lavoro con i minori dipende dal ruolo che nel procedimento assumo. Posso essere chiamata ad occuparmi del minore come Curatore Speciale o come Tutore. In entrambe i casi, ci troviamo di fronte ad un minore in una situazione di difficoltà. Il Curatore Speciale del minore, svolge il suo lavoro in Tribunale, a difesa del minore. Ad esempio: nelle situazioni di abbandono. In questi casi è mia consuetudine dopo aver letto il fascicolo, indagare, per mio conto, al fine di accertare se, nel caso specifico, possa  trattarsi di una situazione che, attraverso misure di sostegno, sia possibile far rientrare o, al contrario, l’allontanamento del minore dalla famiglia d’origine, costituisca l’unica possibilità per garantire allo stesso un clima di serenità, necessario per la sua equilibrata crescita. Quando ci si rapporta,  con un bambino o un adolescente si  innesca, a mio personale parere, un processo mentale che induce il professionista a valutare varie soluzione, per essere in grado di optare per quella che si ritiene più giusta per non deludere quelle che sono le aspettative, i bisogni e le necessità del minore. E’ un lavoro delicato, il mio. Non si guadagnano tanti soldi ma, mi creda, alla fine da ogni storia si esce arricchiti, si impara sempre tanto … Se nel procedimento sono stata nominata Tutore provvisorio del minore, il mio lavoro è sempre quello di tutelare il minore ma, da un punto di vista più burocratico. Riferendomi sempre all’ipotesi dell’abbandono, entro in gioco nel momento in cui il bambino viene affidato ad una famiglia. In questo caso il mio compito è  supportare la famiglia affidataria, non psicologicamente, ma nell’esplicazione delle pratiche. In linea di principio dovrebbe essere così, in realtà, poiché spesso, dopo una sentenza che dichiara lo stato di adottabilità, vengo nominata Tutore dello stesso minore che ho rappresentato in Tribunale, e al quale mi sono affezionata, prendo subito contatti con  la famiglia affidataria, per  capire se questa coppia riuscirà a dare al bambino quell’affetto di cui necessita. So di essere un po’ sui generis …

2) Lei è tutore di minori di quale età?

Di tutte le età. Di bambini molto piccoli, come ho detto prima, ma anche di bambini più grandi e di adolescenti. In questo particolare ruolo ho fatto le esperienze più disparate. Ho lavorato con adolescenti con disturbi di comportamenti alimentari,  adolescenti vittime di bullismo. Sono esperienze toccanti, che lasciano il segno. Non rende l’idea dire che riuscire a ridare a questi ragazzetti la voglia di sorridere è davvero gratificante!

 3) Quanto conta essere a conoscenza dei rudimenti della psicologia dell’età evolutiva e della pedagogia nel suo lavoro?

Io credo che nel  lavoro dell’avvocato minorile la conoscenza degli elementi base della psicologia e della pedagogia, sia fondamentale. Non dobbiamo dimenticare che la psicologia come il diritto si occupa della persona. L’avvocato che si occupa di Minori deve avere una preparazione che vada oltre alla conoscenza delle norme. Quando ci si trova di fronte a situazioni emotivamente complesse, mi riferisco alle Adozioni, agli Affidi, è bene avere una visione, più ampia possibile della vicenda, anche da un punto di vista sociale e soprattutto psicologico.

4) Quali competenze mette in atto oltre a quelle specifiche giuridiche?

Nel mio lavoro, come dicevo prima, l’approccio giuridico, da solo, non è sufficiente. E’ necessario avere competenze specifiche, professionali ed umane.  Credo che l’avvocato che si occupa di minori debba essere specializzato, ritengo, cioè che non si possa prescindere dal principio della multidisciplinarietà della formazione dell’avvocato.

Peraltro questo è evidente e si riflette nello specifico organo giurisdizionale, ovverosia il Tribunale per i Minorenni: in cui accanto ai giudici togati sono presenti i giudici onorari: professionalità con competenze psico-pedagogiche che forniscono un autorevole supporto nelle decisioni in materia minorile.

5) che tipo di legame instaura con i suoi piccoli “clienti”?

Dottoressa Colace, forse perché Lei mi conosce professionalmente, ha usato, giustamente il termine “Legame”. Sono bambini, spesso molto piccoli o adolescenti, in ogni caso diventano i miei protetti. E’ inevitabile che si crei un legame, un particolare affetto. Sono una parte importante della mia vita, con loro sono cresciuta … mi hanno formata. Spesso, anche quando il nostro rapporto è finito, perché si è conclusa la procedura, i ragazzini più grandi, magari divenuti adulti mi chiamano per chiedere consiglio o, anche solo, per parlare.

6) Gli adulti che ruotano intorno all’universo del minore hanno rapporti con Lei? Di che tipo?

Certamente si!

 E’ di particolare importanza che l’avvocato sia in grado di sviluppare una capacità comunicativa e una competenza relazionale che gli permetta non solo di relazionarsi con il proprio assistito, ma anche di dialogare con tutti quegli adulti che hanno a che fare con il minore. Mi riferisco in particolare alla famiglia. E’ di fondamentale  importanza interagire con i servizi, con gli operatori di una eventuale struttura, con gli educatori, sviluppando con tutti questi soggetti un rapporto di collaborazione sinergica. A mio personale parere, il rapporto con altre figure professionali di “aiuto” ( mi riferisco ai psicologi, ai mediatori, agli assistenti sociali …), che si interessano del minore (mio assistito), è fondamentale, perché è solo mediante la condivisione dei rispettivi saperi che si può garantire il migliore interesse del minore.

7) Quando termina il suo lavoro, quando si risolve una procedura, Lei è solita mantenere un rapporto con il bambino?

E’ inevitabile. Mi capita spesso di pensare a loro. Devo confidarle che sono stata molto fortunata. Le famiglie adottive mi chiamano per aggiornarmi della crescita dei loro bambini. Posseggo un album, per me preziosissimo, nel quale conservo le loro foto. I ragazzi più grandi, come le dicevo prima, mi chiamano per confrontarsi sulle loro scelte, per notiziarmi dei loro successi a scuola.

8) Lei è mamma? La sua personalissima competenza genitoriale La aiuta nel suo lavoro?

Si sono mamma felice di due adolescenti: il maschio ha 15 anni, la femminuccia ne ha 14. Sinceramente le dico che è vero l’inverso, ovvero che il mio lavoro mi aiuta a svolgere al meglio il mio compito di genitore. Penso che essere genitore è difficile. Nel mio lavoro sono supportata da altre figure professionali. Amo il lavoro di squadra. Nello svolgere il compito di genitore, sebbene io goda del supporto di mio marito, ci si trova impreparati. Ed è in questi momenti che traggo forza dalle esperienze fatte nel mio lavoro.

Prima di congedarmi La voglio ringraziare per questa meravigliosa opportunità e, nel contempo mi congratulo per la sua bella idea di curare un blog che possa essere di aiuto per tanti genitori.

 

Maria Rosaria Vincelli

Avvocato- Patrocinante in Cassazione

Segretario della Camera Minorile Distrettuale di Catanzaro “Primo Polacco-Francesco Perrota

Studio- Corso Mazzini, 28 Catanzaro cell. 3333346593

 

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Adolie Day ha fatto una scelta precisa nell’illustrare Dopo il temporale, edito da Librì, progetti educativi, 2017.

Tre sono i colori nel libro: nero, giallo e blu cobalto.

Il nero definisce le figure e le persone in modo deciso. 
Il giallo, colore del sole, disegna la serenità, la felicità ed i sorrisi del cuore. 
Il blu cobalto dipinge il temporale fatto di nuvole tanto pesanti che entrano nel cuore del piccolo protagonista.

Il sole è la normalità, la quotidianità, la famiglia, l’amore, le uscite, l’aria aperta, è la libertà, mentre il temporale è lo stato di assedio, è l’incubo degli attacchi, è il dopo bomba, è il nero, è la separazione, è la fretta di nascondersi, è il terrore negli occhi, è la rabbia, è l’infinita tristezza.

Il sole si associa ad emozioni belle, il temporale ad emozioni di paura. I bambini sono proprio così: chiari e semplici!

Per evitare di aggrovigliare il loro mondo emotivo nel bel mezzo di un disastro, l’abilità di Helene Romano, autrice del libro, indica la strada giusta: ascoltare la voce bambina che tirerà fuori, grazie alle amiche parole, il macigno della paura.

 

Gli scempi terroristici da sempre creano traumi in tutti, grandi e piccini.
Il trauma, ci insegna la psicologia dell’emergenza, è tempo-sensibile, nel senso che prima si interviene su di esso, meno profonde saranno le ferite che ha inferto. Di conseguenza, i macigni nella pancia del piccolo protagonista, così come in tutti i bambini che hanno assistito direttamente o indirettamente ad un attacco terroristico,  saranno meno pesanti!

 

Nel buio del temporale, una mamma ed un papà possono dimenticare la percezione che loro figlio ha del disastro. Ma, cosa ancora più grave, loro possono ignorare il senso di colpevolezza generato dall’indifferenza verso lo stato emotivo in cui naufraga il loro bambino. Solo il cane Dudù è realmente empatico con lui, almeno lui.

Il nostro bambino, dopo aver sperimentato la mancanza di sorrisi, di coccole, di abbracci, di uscite al parco, di giornate positive di lavoro e di scuola, di acquisti spensierati al supermercato, di giochi sulla spiaggia con il super fratellone Sasha, … deve ammalarsi per farsi notare e deve andare dal dottore per ritornare in mente a chi gli vuole bene!

“E’ sempre così, i grandi pensano che siamo troppo piccoli per capire ma alla mia età non si è mica neonati!”

Non regge neanche la bugia raccontata dagli adulti sulle candele, sui fiori ed sui disegni in memoria delle vittime. Candele, fiori e disegni non stanno in un luogo da  decorare!

Il dottore da’ la soluzione, ma è la condivisione della paura e della speranza di tutti, grandi e piccini,  a rappresentare la forza di accendere nuovamente le pagine gialle come il sole.

 

 

Il nostro bambino, insieme con la mamma, il papà, Sasha e Dudù,  raggiunge il luogo delle candele accese per lasciare il suo disegno e allontanare le nuvole dei terroristi. 

“… dopo il temporale, torna sempre il sole”

 

Alla fine del libro,  nella sua struttura ben pensata, sono state lasciate accuratamente  due pagine vuote in cui i piccoli lettori  sono liberi di proiettarsi quando avvertono la paura e, disegnando se stessi, si immaginano nel momento in cui la stessa paura va via, per sempre.

Il libro diventa, così, un amico da tenere con sé nei momenti difficili, qualora la pioggia appanni lo sguardo di mamma e papà!

I risvolti del testo sono pieni di visi di bambini gialli, perché i bambini sono gialli come il sole e noi, riconoscendo questo loro potere, facciamo civiltà!

 

Dopo il temporale, Helene Romano, Librì, progetti educativi, 2017

https://www.progettieducativi.it/prodotto/dopo-il-temporale/

 

Bastano dieci minuti, per i più grandicelli anche venti minuti, per i più piccolini molto di meno … ma anche quel meno è sufficiente.

Quando si hanno bambini in casa il clima natalizio può essere creato a modo. Sarebbe importante far assaporare la festa senza perder tempo dietro lo scompiglio quotidiano a cui siamo soggetti. La lettura ad alta voce e la lettura condivisa in giorni come questi, di festa, nei pomeriggi in cui la stanza può essere illuminata

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dalle lucine bianche che brillano sui rami degli alberelli addobbati, sono passatempi deliziosi!

Condividere la lettura di un libro con i piccoli – ormai è risaputo, detto e ridetto dagli esperti e dai dilettanti –  è consigliato vivamente per il loro benessere psicofisico, cognitivo, affettivo ed emotivo. Leggere durante i pomeriggi bruni dell’avvento è sublime per chi legge e per chi ascolta! Può diventare un momento di intimità stracolma di emozioni che vicendevolmente plasmano il cervello, riempiono la memoria, allargano i limiti della immaginazione e strutturano le relazioni con l’altro.  

È un’esperienza educativa per eccellenza. È un’attività che una mamma o un papà, una nonna o un nonno o una qualsiasi figura significativa per i bambini, può strutturare alla perfezione.

Tre sono gli ingredienti necessari: pazienza, serietà e concentrazione! Sono pochi forse i minuti di attenzione in cui le menti bambine possono ascoltare le parole dei libri, ma con pazienza, serietà di intenti e estrema concentrazione mista all’empatia più pura, questa esperienza diverrà un concentrato di alta pedagogia!

Dimenticavo il quarto cruciale ingrediente: un libro di ottima fattura, edito da case editrici specializzate in libri per bambini. Sarebbe un’esperienza totalmente diversa se il libro non fosse all’altezza della capacità ricettiva della mente bambina!

Il bambino più piccolo si accuccerà sulla mamma o su chi legge, la voce narrante rimbomberà attraverso il corpo per rifletterlo su quello dell’ascoltatore, proprio come accadeva nella pancia! Così non saranno solo parole ad essere veicolate e assorbite, ma ben altro di più corposo e consistente.

Dai due anni in su i piccoli lettori si porranno in ascolto in modo più strutturato, magari faranno domande, in altri casi saranno affascinati da parole dette, da lettere scritte e da disegni che li simboleggiano.

In tutti i casi, la lettura condivisa sarà un momento di fermo immagine, di bagliore di quotidianità che ha un tempo diverso dall’ordinario, rallentato, parallelo, un momento di relazione fra due esistenze, fra due intelligenze e due capacità di costruire, prima mentalmente e dopo fattivamente, un modo di stare al mondo e di pensarlo in maniera originale, personale, capace di migliore se stessi e gli altri da sé.

Sotto l’albero è bello che i nostri bambini trovino libri e letture perché sarà un dono permanente fatto alle loro intelligenze.

Oggi un gesto di questa portata è un investimento per il loro domani, per la loro sensibilità verso le cose del mondo e della vita.

Tra il libri che mi hanno colpito ho trovato interessante Natale bianco, Natale nero, di Beatrice Fontanel e Tom Schamp edito da Jaka Book, per parlare di differenze che ci uniscono.

Trovo particolarmente azzeccato leggere anche l’Abete, fiaba di Hans Christian Andersen per bambini che non apprezzano le cose sul momento in cui le vivono e che hanno furia di correre verso qualcosa da conquistare frettolosamente. Anche Dodici doni per Babbo Natale di Mauri Kunnas, edito da  Il gioco di leggere, è un bel libro che stimola l’attenzione verso i dettagli.

Ma i libri belli sono tanti, basta sceglierli con cura fra le pagine dei cataloghi di case editrici che conoscono le menti bambine, che espongono illustrazioni piacevolissime alla vista e che evocano la pasta con cui sono fatti i desideri ed i sogni.

A breve una cernita fra le migliori case editrici che bisognibambini scopre e predilige …

M.C.

Nel libro “Ricordati di rinascere” (2015), l’autore Nicola Ghezzani, psicoterapeuta, rammenta un suo fallimento alle scuole elementari dal quale è risorto, come dire, grazie all’intervento del proprio papà che, paziente accanto a lui, dopo una pessima pagella,  gli ha trasmesso il metodo per conoscere e ricordare consapevolmente le declinazioni dei verbi.

Grazie a quell’accompagnamento pedagogico il piccolo Nicola ha fatto sfoggio della migliore prestazione di profitto davanti a tutti i suoi compagni e, soprattutto, al cospetto di un incredulo maestro di scuola.

Per l’autore questo ricordo rappresenta l’inizio della presa di consapevolezza del potere della propria mente e della sua  plasticità.

“Quel giorno ebbi il voto più alto. Ma soprattutto mi resi conto di quale straordinario strumento fosse la mente e ancora più quell’entità vasta e sensibile che chiamiamo anima. Malleabile, malleabile tanto da modificare alla radice l’assetto della nostra identità in qualsiasi luogo, compresa quella stupida, noiosa arida scuola elementare.”

Ghezzani spiega che la struttura del nostro cervello vede la competizione fra due forze, l’ambiente sociale (bisogno di integrazione  sociale) che costringe il cervello verso operazioni dettate dalla società (un’omologazione del pensiero e dell’apprendimento, in termini pedagogici). L’altra forza, il nostro DNA psichico” (bisogno di individuazione), opera una costrizione quasi istintiva verso modalità prettamente nostre, soggettive, quindi uniche.

Per il piccolo Nicola che frequenta la scuola elementare, è stato fondamentale riconoscere di avere una modalità peculiare e propria nel gestire immagini, nell’associarle a segni grafici e sonori, nell’apprendere i verbi  immagazzinandoli nella memoria in modo indelebile e allo stesso tempo plastico, nell’uso creativo quindi della lingua per pensare ed esprimersi in modo originale e soggettivo.

Solo così, di quel nuovo bagaglio culturale, ne ha potuto comprendere la funzione: sollecitare le proprie idee all’infinito, renderle vive evitando di farle scomparire nel nulla.

Pedagogicamente il padre ha trasmesso un metodo che nel figlio ha creato interesse e desiderio di approfondimento delle proprie capacità cognitive. L’uso corretto dei verbi ha dato a Nicola la possibilità di esprimere le proprie idee che si sviluppavano di volta in volta con l’uso della nuova struttura cerebrale.

Ai verbi e alle loro declinazioni, neurologicamente si associa un’intensa arborizzazione sinaptica, che con l’uso, e solo con l’uso, si intensifica  permettendo di creare altre idee, permettendo l’espressione del SE’ ORIGINARIO di Nicola che cresce e matura.Questo processo  non è appartenuto solo al piccolo Nicola, questo capita a tutti.

metodo – interesse – apprendimento potenziato – consapevolezza della propria creatività –  potenza cognitiva maggiorata – espressione fedele della propria identità differenziata dal contesto sociale.

E’ Jean-Pierre Changeux, neurobiologo francese (“L’uomo neuronale”, Feltrinelli, 1983), a parlare di arborizzazione sinaptica quando descrive la strutturazione del cervello. Esistono, a suo avviso, periodi di maggiore proliferazione sinaptica in cui, quindi, i filamento che uniscono i neuroni (le sinapsi) assomigliano a districatissime foreste amazzoniche.

Se il bambino, il ragazzo, l’uomo (adulto e/o maturo) non adopera alcune funzioni cerebrali e psichiche (lettura, arte, matematica, musica, ballo, scienza, poesia), esse si atrofizzano e muoiono. Quelle invece in uso sopravvivono.

Il nostro Nicola Ghezzani ci riporta un esempio chiaro:

un bimbo sottoposto ad uno stile educativo di premi e punizioni subisce la repressione della fantasia e le sue sinapsi, deputate a quella funzione, muoiono.

 

Changeux sostiene, inoltre, che l’eliminazione delle terminazioni sinaptiche attive, crea ordine. 

Questo stato di ordine, osserva Ghezzani, coincide con l’ordine sociale.

Al contrario, nello stato di disordine, determinato da un grande uso di molteplici funzioni, si  permette al nostro cervello di determinare una ricchezza di possibilità cognitive, creative e fantastiche non indifferente, le quali identificano la nostra originalità.

Con le parole di Ghezzani, ci permettiamo di estrarre il messaggio pedagogico:

Il bambino gioca, fantastica, esplora e scruta il mondo adulto perché gli consente di tenere in esercizio connessioni sinaptiche che rischierebbero di morire; mentre così facendo le salva e le rende stabili e funzionali. Se ha molto giocato e fantasticato, ha provato molti sentimenti e ha empatizzato e visto la realtà da molteplici punti di vista, è destinato a mantenere in vita le strutture neurali che glielo hanno consentito. Quindi ad essere più versatile, più complesso, più intelligente”

Ogni bambino ha un progetto psichico innato

Meditiamo e, occupandoci di pedagogia, non trascuriamo quanto le neuroscienze ci offrono per migliorare la relazione educativa.

 



È un libro tenero, delicato, immenso come l’amore di un padre per un figlio voluto.

Francesco è un bimbo che nasce prima del tempo e ciò nonostante è un super bambino, anzi ancora di più, un bambino supercromosomico, mandato in missione per salvare il papà e forse un giorno anche il mondo.

Francesco ha anche un nonno saggio che sa bene come va la vita perché preferisce ripetere nella sua missione educativa che chi non accetta non merita. Ora, il papà di Francesco capisce bene cosa intendeva con queste parole.

Il piccolo Francesco ha naturalmente una mamma che lo accetta, poco a poco, ma che smetterà di farlo per, infine, immensamente amarlo, proprio come si fa con un figlio.

Il libro è una lettera dettagliata e minuziosa, scritta da un papà al proprio piccolo bambino nato sfoggiando orgogliosamente la propria specialità.

Abbiamo il fondato sospetto che suo figlio sia affetto da una malattia genetica: la trisomia 21, riferisce la genetista quando ha dovuto mettere al corrente il padre dello stato delle cose. La dottoressa ha dovuto ed ha fatto in modo di consegnargli una fredda descrizione della patologia di Francesco che lui conserva in tasca, anche se il messaggio migliore e personale che lei ha potuto dargli in quel frangente di disorientamento è un altro, è unico. Madre di sei figli ammette che nessuno di loro è come l’avrebbe voluto e nessuno è come non l’avrebbe voluto, io in tutta sincerità credo che quel che viene in questa vita viene perché ne abbiamo bisogno.

Il papà di Francesco è un progettista come professionista, persona razionale e sicura sempre di sé e del progetto familiare che ha iniziato a costruire con sua moglie, la sua compagna, la mamma di Francesco. Un uomo che non ha sconfinato mai oltre il mondo dei normali, e che si è mosso con sicurezza fra i vincenti.

Lo stesso uomo scopre poco per volta ciò di cui ha realmente bisogno, attraverso varie fasi di pensiero e di realtà, scontrandosi con le proprie paure, con i limiti che queste impongono, con i propri pregiudizi, con quelli degli altri, contro quelli delle infermiere insensibili, con  il senso di colpa,  con se stesso. Lui ha bisogno di cambiare lo sguardo sul mondo e Francesco gli insegnerà a farlo.

Ma Francesco è un pesciolino che naviga nella sua astronave, l’incubatrice, a cui è costretto per ben due volte di seguito, prima di respirare a pieni polmoni l’amore di mamma e papà non tanto costruito, quanto svelato. In particolare quello del papà che capisce mano a mano, con grande coraggio, chi il piccolo Francesco sia, ovvero il suo Salvatore. Ma a questa grande verità ci arriva confrontandosi ed ascoltando altri papà che trascorrono il loro tempo, pesante di fresca paternità, tra le incubatrici, le astronavi dei loro bimbi speciali.

Ad esempio, il papà di Nicola – un bimbo vissuto giusto il tempo di fare a lui il dono di una grande eredità –  trasmette una verità immensa al papà di Francesco: non importa se mio figlio mangerà da solo, … se parlerà o se non ci riuscirà … Quello che so, che sento, che ho capito, … è quello che noi saremo capaci di fare, quello che noi saremo disposti a diventare, conta se noi saremo capaci di arrivare alla sua altezza.

 È il racconto prezioso di una paternità che si svela nella sua essenza. È il figlio che la forgia, è Francesco che costringe il papà a guardare se stesso nel divenire genitore in modo incondizionato e indissolubile.

Quando il papà di Francesco riesce con il cuore libero e innamorato a dirgli attraverso il vetro dell’astronave ti prometto che farò ogni cosa per renderti felice, lo sta dicendo proprio al bimbo speciale che è, e che sempre sarà, quello che nelle popolazioni degli indiani d’America – rimarcava la dottoressa genetista – sarebbe  stato considerato un dono degli dei!

 

Dormi, dormi – dopo giorni tranquilli ed enormi – pesciolino scivolato al mio fianco – sei venuto al modo e sei stanco – riposiamoci dallo stupore – ci saranno mille giorni d’amore – ora dormi e riposa il tuo cuore …

 

 



 

Gioco cardine dell’esperienza per apprendere

Ho assistito alla pratica del metodo Feurstein volta alla maturazione di concetti spaziotemporali che si apprendono col fare e con il supporto di  una guida – il mediatore – figura che facilita lo svolgimento del compito orientandolo verbalmente verso la sua definizione. È qui che si evidenzia l’azione di mediazione quale fulcro del processo di apprendimento. Mediare, secondo l’approccio Feuerstein, vuol dire condurre a padroneggiare il proprio processo di pensiero.

La facilitazione ha in sé un impegno considerevole, una prova di parafrasi che aiuta a crescere e sviluppare le proprie doti ed i talenti di educatore! Che tu sia insegnante di sostegno, insegnante curricolare, mamma o papà, devi darti da fare ad argomentare, a ragionare, a sviluppare altre tue competenze trasversali perché a cambiare e ad apprendere non c’è solo il discente, ma tu che medi la relazione di apprendimento cognitivo.

Nello specifico, “un educatore – secondo Feuerstein – è veramente pronto ad assumere il proprio ruolo quando condivide questi principi:

  • Gli esseri umani sono modificabili

  • La persona che sto educando è modificabile

  • IO sono in grado di modificare la persona che sto educando

  • IO stesso posso (e devo) essere modificato

  • La società può (e deve) essere modificata dall’apporto delle singole persone che la compongono”*

Le sperimentazioni del metodo testimoniano che tutti i bambini, da qualsiasi livello cognitivo (Potenziale d’apprendimento) comincino, sono propensi ad apprendere a incasellare questo nostro mondo che, da magico quale percepito da piccolissimi, deve diventare governabile con la mente, altrimenti li sovrasterà senza lasciarsi com-prendere.

Il nostro cervello è plastico, è modificabile e modifica la struttura e le funzioni del sistema nervoso, questa è la certezza per la quale i bambini con maggiori difficoltà a scuola e a casa hanno le stesse possibilità di apprendimento  degli altri bambini, hanno la possibilità di salire in alto lungo i pioli di quella scala, appoggiata all’albero, che permetterà loro di raggiungere i frutti più buoni (“Ho fatto un sogno: stavo costruendo una scala lunga lunga, che permetteva di raccogliere i frutti più belli, quelli che, per essere sui rami più alti, sono anche i più difficili da raggiungere”,  Feuerstein).

La modificabilità del cervello (un punto di incontro fra neuroscienze e metodo Feuerstein)

L’intelligenza è caratterizzata dalla plasticità,  “un processo sufficientemente vasto da comprendere un’ampia varietà di fenomeni che hanno in comune gli aspetti dinamici ed i meccanismi dell’adattamento” (Feuerstein, 2003) e può essere definita come: “la propensione di un organismo a modificare se stesso quando si confronta con i bisogni di accomodamento che si vengono a creare in rapporto ai differenti contesti di esperienza”  (Feuerstein).

Questo assunto significa che l’essere umano è modificabile. Significa che dobbiamo avere fiducia nel cambiamento. Che è dovere di chiunque gestisca e faccia parte di una relazione educativa, puntare allo sviluppo e al miglioramento di se stessi e degli altri soggetti coinvolti.

Feuerstein sostiene che la modificabilità cognitiva strutturale, in sintesi, non riguarda la quantità e la qualità dei contenuti, ma è riferita agli strumenti necessari per assimilarli, alla modalità con cui il soggetto si pone di fronte ai problemi o ai contenuti dell’apprendimento per favorire un cambiamento nel modo con cui seleziona, elabora e risponde agli stimoli ambientali in genere.

Giusto per contestualizzare all’interno della letteratura scientifica:

la teoria di Piaget indica il pensiero quale conseguenza della capacità neuronale che ciascuno di noi ha in dotazione e che esistono periodi ottimali (fasi di sviluppo cognitivo) per l’apprendimento lungo la linea di sviluppo delle strutture nervose.

Feuerstein (allievo e collaboratore di Piaget), al contrario, indica che la modificabilità nell’apprendimento e nel comportamento insita alla plasticità cerebrale, è possibile a qualsiasi età, gli stadi dello sviluppo non sono né categorici né obbligatoriamente in rigida sequenza.

Queste considerazioni hanno portato Feuerstein ad avvicinarsi  maggiormente alla teoria cognitivista di Vygotskij.

Entrambi i pedagogisti sostengono l’imprescindibile  ruolo giocato dai fattori socio-culturali nello sviluppo cognitivo.

Feuerstein osa però di più: afferma e dimostra che la capacità dell’individuo di trarre il massimo dagli stimoli ambientali è data dal tipo di Esperienza di Apprendimento Mediato (EAM) alla quale è stato esposto. Nell’esperienza di apprendimento mediato è centrale la figura del mediatore che si frappone fra lo stimolo ambientale e il soggetto trasformando ogni incontro con la realtà in un’occasione di crescita e sviluppo, dunque, di cambiamento.

Feuerstein esplicita le condizioni che permettono la modificazione positiva e fornisce indicazioni riguardanti l’ambiente in cui operare, l’approccio educativo da instaurare, predisponendo esercitazioni pratiche, utili all’individuazione ed al superamento di eventuali carenze cognitive.

I concetti di Potenziali e Propensione all’apprendimento, di Modificabilità Cognitiva,  di Funzionamento e di Mediazione sono alla base della sua teoria psicologica.

Per approfondire:
http://www.centroeducativocresci.com
*L’arte di crescere adolescenti maturi o adulti bambini? A cura di Lucio Pardo e Luigi Pagnoni, introduzione di Rita Levi Montalcini, Edizioni Collana Cauterim  Alma Mater Studiorum Università di Bologna , Università degli studi di Reggio ed Emilia
Il metodo Feurstein tra clinico ed educativo: le potenzialità della mente, Jael Kopciowski, Università di Crema, convegno IC Crema 3

Insegnare, tradizionalmente,
vuol dire condurre a padroneggiare un argomento
Mediare, secondo l’approccio Feuerstein,
vuol dire condurre a padroneggiare
 il proprio processo di pensiero.
Qualche settimana fa ho partecipato a seminario dal titolo “L’ESPERIENZA DI APPRENDIMENTO MEDIATO secondo il pensiero Feuerstein: un’opportunità per tutti. Una risorsa in caso di esigenze educative speciali”, rivolto a insegnanti, psicopedagogisti e riabilitatori dell’ASP,  ma anche ad educatori, genitori e a quanti si occupano del benessere in età̀ evolutiva. Tra i relatori ho conosciuto la dott.ssa Jael Kopciowski, del Centro di Riferimento Educativo per lo Sviluppo Cognitivo Integrato s.r.l., www.centroeducativocresci.com, la quale ha lanciato al pubblico presente ed in ascolto in aula, spunti piuttosto interessanti nati in seno al metodo Feuerstein.
“Secondo Feuerstein la presenza di un approccio educativo vigile ed attivo, che egli chiama Apprendimento Mediato, porta a superare in larga misura le problematiche di partenza conducendo gli individui a raggiungere una qualità della vita anche molto superiore a quanto ci si sarebbe potuti aspettare dalle condizioni oggettive di partenza”*.
Per bisognibambini.com  è stato fondamentale riflettere su quanto detto durante il seminario, al fine di dare un messaggio ai genitori o a chiunque faccia le loro veci della responsabilità genitoriale, considerato che questi agiscono all’interno dell’Educazione quale globalità ambientale, laboratorio di esperienze reali e palcoscenico su cui i loro bambini speciali interpretano la vita.
I bambini con bisogni speciali, i bambini adottati, i bambini sottoposti a lunghi periodi di istituzionalizzazione e tutti i bambini meritevoli di massimo rispetto dei loro tempi, modalità e opportunità di apprendimento, trovano ampio  respiro nel metodo Feuerstein.
Le cause di ritardo sul piano cognitivo (dell’apprendimento) di cui alcuni bimbi possono essere portatori, dipendono da vari fattori. Esse possono essere endogene (ereditarietà, fattori genetici, fattori organici), esogene (livello di maturità, diversità culturale) o endo-esogene (stimoli ambientali, status socio-economico, livello di educazione, equilibrio emotivo di figli e genitori. In ogni caso trovo importante sottolineare il postulato al metodo che all’origine delle funzioni mentali più elevate vi è il processo di apprendimento in cui l’interazione tra soggetto (bambino o adulto) ed ambiente, attraverso il supporto dell’educatore, è fondamentale.
Tutti “i bambini, e non solo loro, hanno bisogno di punti di riferimento solidi e sicuri che permettano di organizzare l’enorme quantità di stimoli da cui sono perennemente bombardati e di prevedere che cosa aspettarsi dal mondo”*.
La motivazione ad apprendere
Incoraggiare un bambino a svolgere un compito supportandolo con frasi che lo invogliano a credere maggiormente in se stesso, che lo motivano,  perché ce la può fare, spesso è controproducente perché alle  orecchie bambinece la puoi fare, suona come un fammi vedere come sai volare! Su, Vola!
La motivazione, quindi, non è affatto sufficiente ad implementare l’apprendimento, tanto meno ad incentivare l’autostima.
L’altra faccia della medaglia è che esempi simili di incoraggiamento, possono essere interpretati come un invito alla sconfitta, oltretutto accompagnata da un sorriso compiaciuto sulle labbra!
Il bambino spesso, ascoltando queste spinte verbali,  ha in mano parole e non strumenti altrimenti funzionali per lui ad una più intensa  conoscenza.
Viceversa, offrire al nostro bambino in difficoltà gli strumenti per l’apprendimento,  per meglio usarli e maneggiarli, per raggiungere un fine (lo svolgimento del compito), significa far nascere in lui una motivazione strutturata in livelli, attraverso i quali apprenderà i modi, le abilità ed infine acquisirà le competenze (che sono processi dell’apprendimento) per la loro risoluzione.
E’ necessario dimostrar loro in modo tangibile, chiaro ed evidente che possiedono di già (potenziale) risorse adeguate per …. imparare a volare.  Una volta sperimentati gli strumenti e capito che funzionano, la motivazione aumenterà con la stessa velocità con cui crescerà la fiducia nelle proprie abilità**              (fine prima parte)



Chi  è Reuven Feuerstein (1921-2014)?
Dalle parole di Jael Kopciowski (psicologa, psicoterapeuta, Formatrice Feuerstein per il Programma di Arricchimento Strumentale – PAS):  
psicologo che ha orientato fin dai suoi primi, lontanissimi passi, la propria azione sulla ricerca e la messa in pratica di strategie di intervento volte al positivo. Il suo orientamento era assolutamente “ante-litteram” quando, prima degli anni  ’50, ha cominciato a gettare le basi del suo inquadramento teorico. Il suo approccio è stato da sempre orientato all’individuazione degli aspetti positivi presenti in ogni situazione, con l’obiettivo di identificare competenze, risorse ed abilità in ogni persona per promuoverne le potenzialità. Approccio in contrapposizione a quanto avveniva in passato, quando la psicologia si occupava prevalentemente di comprendere, analizzare e classificare i comportamenti atipici e patologici degli individui, con l’obiettivo di trattare e curare, secondo un’accezione tipicamente medicalizzata, la sofferenza psicologica (da Vivere in completezza ed in serenità la propria vita: l’approccio Feuerstein al benessere psicologico, progetto tre-sei … e dintorni, ed. didattiche Gulliver)
*L’arte di crescere adolescenti maturi o adulti bambini? A cura di Lucio Pardo e Luigi Pagnoni, introduzione di Rita Levi Montalcini, Edizioni Collana Cauterim  Alma Mater Studiorum Università di Bologna , Università degli studi di Reggio ed Emilia
**Il metodo Feuerstein tra clinico ed educativo: le potenzialità della mente, Jael Kopciowski, Università di Crema, convegno IC Crema 3