La stima di se’,  lo strumento principe per un bambino che affronta i pari quando non avrà accanto i suoi genitori, magari pronti a sostenerlo, è un’abilità che si acquisisce proprio in casa, specialmente quando gioca. Una relazione limpida, fatta da una parte di manifestazione dei bisogni e dall’altra del relativo loro soddisfacimento, diventa un luogo idoneo a rafforzare il bambino nelle sue potenzialità.  Apprendendo per imitazione e per tentativi il bambino si riferirà sempre a chi lo segue nei movimenti e nella realizzazione del gioco, per ricevere in cambio anche uno sguardo che lo incoraggia e che lo gratifica.

Quando gioca deve percepire se stesso capace di fare la cosa giusta, ma anche di perfezionarsi e di progredire con le proprie competenze. Sottolineare con parole e sorrisi che le azioni compiute sono buone e che lui sta migliorando nelle sue prestazioni significa, quindi, rafforzare la stima che ha di se’. 

Sono i genitori o i suoi caregivers a doverlo fare per garantire al bambino quel senso di sicurezza che gli permetterà di giocare, difendersi, collaborare, cooperare con gli altri senza avvertire la necessità di primeggiare o di competere negativamente con un compagno o un gruppo di compagni, mentre si realizza nella socialità relazionale.

La stima di sé nasce in casa grazie al rafforzamento, alla gratifica e soprattutto all’errore che sarà l’occasione per inventare un’alternativa.

 

D’altro canto questo processo non intende esaltare qualsiasi cosa fatta dal bambino come un progresso da supervalutare, come se un errore fosse  da evitare, da prevenire o da eliminare in partenza: “Se sbagli, sei sbagliato, non sei un bimbo sicuro e sarai sopraffatto da un gruppo di bambini sicuri e magari bulli”.
In tutto ciò lo sbaglio implica semmai l’esatto contrario, se sbaglia sta per fare una scoperta stupefacente.

Come fa, quindi, un bambino a percepirsi bravo se sbaglia?

La verità è che se un bambino sbaglia è… semplicemente fortunato!

Quando il bambino incappa nell’errore non è mai una buona idea sottolineare alla sua attenzione l’ accezione negativa del termine “sbagliato”. Non deve mai “inciampare” sull’errore, ma danzarci su!


L’errore, RODARI insegna, è un’opportunità per diversificare un’azione, un pensiero embrionale ed un comportamento da adottare. Solo prendendo spunto dall’errore i bambini non saranno omologati, ma si proietteranno nel mondo come bambini, preadolescenti, adolescenti, giovani adulti e adulti creativi e geniali. 

Questo passaggio diventa formidabile quando è insito alla relazione educativa perché la ricerca di un’alternativa  è agita da entrambe le parti. Cresce il bambino e matura il caregiver ora maggiormente responsabile della propria impronta educativa. 

È questa impronta educativa che non scompare crescendo e la cui memoria vibrerà anche in mezzo alla difficoltà vissuta in un gruppo di appartenenza in cui l’identità di chi cresce deve differenziarsi (decido di fare così), ma non camuffarsi (faccio come dite voi altri altrimenti perdo e soccombo).

 

Tutte noi vorremmo una mamma come quella di  Alice.

La mamma di Alice sa ascoltare prima di tutto, ha la pazienza di prestare orecchio agli umori della sua bambina. Sa essere empatica e sa con estrema sensibilità distinguere fra il momento per far vivere le emozioni e quello  in cui è meglio attutire l’impatto emotivo degli eventi, anche solo interiori, come quando Alice è triste. È lei a ingurgitare la pesantezza della sua tristezza incontenibile, per esempio. È lei che se ne addossa il carico. Non lo fa per evitare l’inevitabile, ma, si sa, i bambini devono e possono imparare ad essere resilienti. Lei lo fa a scopo educativo, a parer mio.

Lei agisce così e – dopo un puntuale intervento chirurgico – tutte le emozioni che l’avevano fatta ingrandire e galleggiare nell’aria, diventano farfalle variopinte!

 

E le farfalle, si sa, sono simbolo di libertà, di trasformazione, di cambiamento e di colori ammirevoli e strabilianti. Sono come le emozioni che, una volta esternate, conquistano la loro identità e la loro reale dimensione. Le farfalle esternate possono essere ammirate e, quindi, sono capaci di ingentilire, di abbellire e di non pesare nel buio delle anime bambine che, senza vederle, possono solo avvertire timore come accade con tutto ciò che non si conosce e che non si vede. Le emozioni, chiuse nell’anima, sono non visibili, sconosciute, ma pesanti, come lo è la paura.

La mamma di Alice sa tutte queste cose ed è brava anche nella tempistica. Trova il momento giusto per permettere alla sua bambina di crescere serena ed in modo naturale.

La mamma di Alice però è capace di essere un’ottima maestra delle emozioni perché conosce bene se stessa e mette in atto ciò che sa e che ha dovuto imparare quando ha deciso di essere mamma.

Alice è una bambina fortunata. Il mondo dovrebbe muoversi per fare in modo che tutti i bambini siano come Alice, consapevoli di ciò che provano e capaci di dare un nome all’emotività.
Le mamme dovrebbero agire per fare in modo che tutte le bambine siano libere come farfalle, capaci di mostrare se stesse e di essere rispettate, perché conoscersi bene è simbolo di maturità, di responsabilità e di stima di sé.

“La mamma di Alice” è un testo delizioso di Davide Cipollini le cui sagge parole sono accompagnate dalle illustrazioni di Barbara Brocchi dal tratto deciso e dai colori vivaci, quasi a sottolineare la determinazione degli intenti pedagogici inevitabilmente chiari e universali.

Risfoglia Editore, una casa editrice attenta.

                                                                                                                           M.C.

Letto in libreria  

 

Prima o poi capita a tutti di trovare un amico.

L’Amicizia è una fondamentale forma di relazione umana nella quale ciascuno di noi vive cambiamenti  nella propria natura, oltre che nella funzione e nel significato che  affidiamo ai nostri legami amicali.

In particolare, l’esperienza amicale, nel corso della vita, muta in proporzione al cambiamento delle  competenze relazionali che acquisiamo crescendo, dei bisogni e delle priorità che motivano il mantenimento dei legami stessi.

Per competenze relazionali intendiamo  la capacità di comunicare con chiarezza ed efficacia il nostro pensiero, l’uso consapevole del tono della voce e della gestualità, l’empatia e la capacità di ascolto, la predisposizione ai rapporti con gli altri e la comprensione degli stati d’animo delle persone.

Non si dimentichi che l’amicizia è una relazione volontaria e chiusa stimolata dalla preferenza, dall’attrazione reciproca e dal piacere della reciproca compagnia. 

Vicinanza, cura, intimità sono dimensioni positive del sentimento amicale che possono al contempo convivere con conflitto, competizione, dominanza e ostilità considerate, altrimenti, dimensioni negative della stessa realtà emotiva.

Pertanto, nasce da attrazione e piacere, quasi istintivamente, ma volontariamente viene coltivata. 

Per entrare maggiormente nei dettagli della definizione, l’amicizia non significa appartenenza ad un gruppo, né è da considerarsi apprezzamento sociale o relazione incentrata su uno scopo. È, infatti, originariamente una dimensione diadica estensibile – come affermano gli  studi sociali più recenti – ad una dimensione triadica e di gruppo.

QUAL E’ IL SUO SVILUPPO?

Intorno ai 3/4 anni l’amicizia si basa fondamentalmente sullo stare assieme, sul farsi compagnia e sulla condivisione dei giochi e delle cose. Una caratteristica che si evidenzia già a questa età è la stabilità. Negli anni successivi la relazione amicale si basa sul sostegno reciproco e  sulla lealtà, per poi, nella preadolescenza, impostarsi sulla confidenza, sull’autodisvelamento e sulla fiducia nell’altro per giungere infine alla intimità intesa come familiarità e disponibilità verso l’altro.

Le caratteristiche dell’amicizia sono:

  • La reciprocità (attenzione, cooperazione, gestione del conflitto, equivalenza dei benefici ottenuti dall’interazione)

  • La preferenza (trascorrere un tempo quantitativamente maggiore con qualcuno di specifico)

  • L’affetto (il sentimento di attaccamento a qualcuno)

  • Il divertimento (ciò che è considerato da entrambi svago e passatempo).

I legami amicali si realizzano attraverso la regola dell’uguaglianza (e quindi ciò che si riceve e ciò che si dona sono bilanciati) e dell’interdipendenza (in sostanza l’impegno che gli amici spendono in attività comuni e durature nel tempo).

Quando il legame di amicizia esordisce precocemente,  consente a chi lo vive:

  • lo sviluppo positivo della personalità,

  • il rafforzamento della sicurezza emotiva,

  • il potenziamento dei valori di solidarietà, di cooperazione, di condivisione, di accettazione di sé e dell’altro.

Chi, quindi, lo riesce a vivere in tenera età può considerarsi fortunato alla luce di una società piuttosto superficiale nelle sue fattezze percepibili dal senso comune. 

Il legame amicale ha, a pensarci bene, caratteristiche sulle quali riflettere in particolar modo in un’epoca in cui l’amicizia virtuale la fa da padrona sui social. Alla luce di ciò è necessario ripensare la salute psicologica dei bambini, dei ragazzi e dei giovani adulti. 

Quando in famiglia e in casa si assiste alla nascita di un legame amicale, pertanto disinteressato,  dei nostri figli con i coetanei, è auspicabile valorizzarlo nel significato e nella profondità. 

Il disagio comportamentale nell’infanzia, nell’adolescenza e nell’epoca giovanile deve essere analizzato anche attraverso la lente emozionale che ci permette di sondare meglio i legami e la loro veste visibile agli occhi di tutto il mondo dell’educazione.

Gli studi ci insegnano che vivere un’esperienza di amicizia può risultare utile a ridurre gli effetti negativi di una scarsa accettazione da parte del gruppo dei pari. Infatti, i bambini “non popolari” all’interno di un gruppo di coetanei, che hanno una relazione amicale significativa, sono bambini soddisfatti. D’altro canto, i “bambini più popolari” non sempre vivono un’esperienza amicale che avvantaggia la loro autostima.

La loro relazione amicale, quando esiste, spesso non è duratura nel tempo, non è stabile e tende a condizionare il proprio concetto di sé e il sentimento di sicurezza nella gestione delle relazioni e, quindi, nell’edificazione delle competenze relazionali, proprio quelle (vedi sopra) che ci fanno muovere nel mondo, tra i nostri simili; quelle che ci permettono, cooperando reciprocamente e vicendevolmente, di creare benessere psicologico.   

L’amicizia, si è detto, è un legame volontario, probabilmente istintivo perché vitale sin dagli albori della vita.  Ci avviciniamo a coloro che ci piacciono per sondare la possibilità di fare delle cose piacevoli insieme e poi, via via crescendo, per approfondire il legame fondato sulla fiducia reciproca.

In conclusione, alcune domande sorgono alla luce di quanto appena descritto:

Vale anche in questo caso l’esempio dato ai bambini dalle figure di riferimento prioritarie nell’educazione familiare?

Vale l’esempio di mamma e papà e della loro vita sociale, relazionale, amicale che vivono davanti agli occhi dei propri figli o nei loro racconti?

E’ bene considerare la storia delle proprie amicizie un bagaglio educativo da trasmettere, filo di sostanza educativa che tesse una rete che mai si sfilerà davanti alla “virtualità” di sentimenti ancestrali che non devono essere sminuiti, pena la caduta dell’educazione?

E perché non provarci comunque?

                                                                                                             M.C.

“E, si sa, le cose più attese sono anche le più amate”

 

Il libro dell’attesa adottiva. Una delle fasi dell’iter adottivo. La più romantica! Un testo della casa editrice Nubeocho.

Gli aspiranti genitori adottivi sono persone la cui felicità, mista all’ansia e al timore di ciò che è ignaro alla loro razionalità, trabocca da tutti i pori. 

Tale felicità è differente da quella che si avverte in una gestazione naturale. È una felicità sublime.

Sono anni che incontro uomini e donne con “gravidanze mentali” complesse, labirintiche, profonde e occulte nelle loro motivazioni che, reali o ideali, meritano il massimo del rispetto e, spesso, del silenzio degno di venerazione. Venerazione perché non basta mai un manuale e neanche cento da leggere per imparare l’adozione. Sì, bisogna informarsi a dovere, ma è necessario conoscere se stessi talmente bene che se non lo fai non è possibile far accomodare qualcuno che non è “tuo”, che non è il tuo DNA, dentro di te e farlo stare comodo, diventare tu stesso la sua casa.

Parlo ora a lei e a lui che attendono.

È un bellissimo esistere l’adozione! E non basta sentirsi dire: “Sì hai le competenze genitoriali per adottare”. È  necessario in verità, dare tempo, darsi tempo.

Conoscersi bene non è un gioco di colloqui cadenzati, ma è un ginepraio di incontri e scontri tra sé e sé, nella coppia, tra specialisti che ti torturano (a fin di bene!) e, alla fine,  tra radici che devono intersecarsi: quelle di chi adotta e quelle di chi vuole essere adottato.

Nel frattempo prepari la casa, la tieni linda, sistemi oggetti e pensieri, colori le pareti addobbandole dei sentimenti variopinti  che non riesci a trattenere dentro, perché questo è l’unico modo per esternarli.

Nel frattempo leggi, suoni il piano e lasci che la finestra aperta ti ispiri la novità, curi le piante, le concimi, guardi il calendario curando di abbracciare e riconoscere l’altra metà di te, che attende anch’essa.

Nel frattempo curi i dettagli del nido, ci metti del tuo, sei titubante delle fattezze, delle particolarità minime e fisiche del bimbo che arriverà … senza mai dubitare del fatto che chiunque arriverà, starà lì, in quel nido, con te, per sempre, comunque sia.

A questo l’attesa serve. A creare tanto spazio e tanto tempo, infinito.

A questo serve, a creare la normalità di una vita sognata.

Sul piano parallelo i giochi, i piccoli amici (importantissimi!) Emilio e Cuca, gli oggetti transizionali, anche loro attendono alla finestra, rassettano la stanza, riscaldano il lettino e l’acqua della vasca. 

Tutti i bambini abbandonati, non voluti, umiliati, maltrattati, invisibili vogliono essere adottati. Tutti loro aspettano la loro casa, la loro nuova casa. Tutti lo desiderano intensamente anche se non lo manifesteranno, ma aspettano di trovare Emilio e Cuca a riscaldare il loro lettino pulito e a fare le bolle di sapone in un quotidiano bagnetto caldo.  Tutti i bambini che arriveranno nei nuovi nidi hanno le loro aspettative, anche loro hanno i loro sogni, anche loro devono avere l’esclusivo nido speciale in cui affrancare la solitudine ed i vuoti inenarrabili.

È possibile che l’attesa porti anche all’incontro con colui o colei che metteranno la tua vita in subbuglio fino al punto di rivoluzionarla – come mai hai potuto immaginare nella tua sensibilità – e di scaraventarti nella nuova dimensione.

L’idealità a cui la gravidanza di testa ti ha abituato per mesi ed anni, a volte oltre le più lunghe gravidanze che il mondo animale consente, come quelle degli elefanti, scompare perché la realtà sopraggiunge improvvisamente e detta nuove regole.

Ma tu hai atteso e farai il possibile per mettere in pratica il cambiamento a cui sei destinato.   

Parlo di quelle persone che hanno intrapreso l’iter adottivo e che, in attesa dell’idoneità all’adozione internazionale  o in attesa di un abbinamento  in adozione nazionale, vibrano come onde sonore pronte ad essere percepite da chi, dall’altro capo  del mondo o della città, cerca un nido di pace.

Dolores Brown scrive in modo chiaro, semplice e limpido la storia di una piccolina che fa capolino nella vita di due persone che hanno saputo attenderla. La semplicità è un affare difficile, non è detto che tutti ne siano capaci, tutt’altro.

Reza Dalvand riesce ad illustrare l’attesa in modo fedele, svelando colori, ambienti, esterni propri di un’attesa spesso statica tanto è lunga. È vincente la scelta della prima illustrazione (di copertina) in cui è visibile il frutto dell’attesa, la piccolina, che è sostenuta dalle mani di mamma e papà che non hanno la testa. La loro testa ha lavorato, ma ora, all’arrivo del frutto dell’attesa,  sono cuori e mani a dover fare il resto.

Grazie Nubeocho!

 

Adottare: dal latino adoptare, der. di optare ‘desiderare, scegliere’

 

                                                                                                                    M.C.

 

Quando i nostri bambini si svegliano al mattino, l’abilità di noi adulti è quella di incastrarli subito fra le rotelle di un meccanismo routinario che li imbriglia tra movimenti, rincorse, sveglie, orari di autobus, di clacson di macchine sempre più numerose, di doppie file accanto ai marciapiedi, di semafori strillanti, di ritardi di mamme, di papà di fratelli e sorelle, di campanelle di scuola puntualissime, di spezzoni di vita quotidiana che si ripetono giorno dopo giorno uguali gli uni agli altri e, … in sostanza, di un caos che non è proprio “bambino”, non appartiene affatto ai ritmi dei bambini, anzi non è mai “caos bambino”. Ricordiamolo sempre: il tempo del lavoro, con la sua suddivisone in fette di giornata organizzata fra lavoro, pasti, riposo, svago, è una convenzione funzionale solo al mondo adulto. Esso è del mondo dei grandi. 

I bambini, è vero, devono imparare a vivere dentro le 24 ore per poter scandire la giornata attraverso significati importanti, che calzano con le attività giornaliere nel rispetto dei loro diritti, con il gioco, il divertimento, la scuola, i pasti, il sonno, gli affetti, la relazione amicale quindi, con la costruzione del Tempo

Impariamo, pertanto, ad essere compartecipi di questa costruzione importante. Affrontiamo con i nostri bambini un percorso graduale che condurrà alla percezione del LORO tempo, in primis, e della routine quotidiana in cui entrambe le parti (bambini e caregivers) sono coinvolti con consapevolezza.

Qual è il modo più divertente per imparare il TEMPO? 

Premesso che:

L’elaborazione del senso del tempo avviene in aree diverse del cervello (lobi frontali, temporali e parietali, sistema limbico, gangli della base, cervelletto). Questo significa che lungo l’arco della maturazione (crescita) del cervello durante i primi mesi di vita, il bambino elabora il senso del tempo parallelamente allo sviluppo dello stesso cervello:

a 18 mesi il piccolo ha il senso del presente immediato

a 30 mesi comincia a elaborare quello del futuro 

a 3 anni, dopo la maturazione dei centri della memoria, quello del passato

Bi-sogni-bambini, nella convinzione che le parole, i libri e la voce sono strumenti, se di qualità, vitali per la crescita migliore dei nostri bambini, crede che il presente, il futuro ed il passato possono essere compresi dai piccoli acquisendo una sana e piacevole abitudine serale.

A fine giornata, prima di immergersi nel mondo dei sogni e prima di leggere una storia sfogliando il libro dell’occasione, mamma o papà possono raccontare le sequenze della giornata appena trascorsa, dal risveglio al momento del sonno, narrando una storia (la storia del giorno) che ha un inizio, una prosecuzione ed una fine.

SI CONCLUDE UNA GIORNATA IN CUI IL BAMBINO PRENDE CONSAPEVOLEZZA DI AVER FATTO TANTE COSE, IN CUI E’ PROTAGONISTA DI EVENTI, AZIONI E COMPORTAMENTI, IN CUI GLI ALTRI HANNO UN MOTIVO DI ESISTERE ED ANCHE LUI NE ACQUISISCE UNO TUTTO SUO.

SI CONCLUDE UNA GIORNATA CHE, IN MODO NATURALE, E’ COLMA DI COSE, DI SPAZI, DI PIANTI, DI RISATE, DI TRISTEZZE MOMENTANEE E DI SORRISI RIPARATORI,  DI PAROLE, DI SILENZI, DI MOVIMENTI E DI PAUSE. 

Il racconto delle azioni che si sono succedute durante la giornata, associato alla descrizione dei comportamenti, alla minuziosità dei dettagli annessi, alle emozioni vissute da tutti i protagonisti delle situazioni che si sono avverate, la verbalizzazione dei sentimenti scaturiti da tutto ciò, anche attraverso l’uso di parole all’apparenza difficili, sono da considerarsi passi fondamentali e vincenti a più livelli per la comprensione temporale da parte dei nostri bambini.

I bambini, poco per volta, sapranno sistemare i loro ricordi uno dietro l’altro, donando ad essi un senso che è, prima di tutto, carico di affettività in quanto veicolato dalla voce affettiva.

È proprio come accade con la lettura ad alta voce!

Si allenano le diverse aree del cervello quali le visive, le cognitive, le affettive e le emozionali dando uno slancio considerevole  all’arborizzazione sinaptica che è deputata allo sviluppo funzionale del cervello, della mente della creatività, anche precoce (perché no?).      

La capacità di riflessione astratta sul tempo, in cui è coinvolta anche l’immaginazione, arriverà alle soglie dei 12-13 anni.

Se argomentare la giornata diventerà una sana abitudine serale nei primi tre/quattro anni di vita, probabilmente sarà più evidente la competenza linguistica che i nostri figli padroneggeranno nel corso della loro crescita e dell’evoluzione cognitiva. Di ciò sarà testimone anche la loro prestazione scolastica che rileverà, proprio nei bambini esposti a tale stimolazione linguistica, facilitazioni in diversi ambiti. Sarà evidente in loro il passaggio dalla combinazione  di parole alla produzione di enunciati complessi, si manifesteranno ampliamento lessicale e produzione autonoma di difficili episodi narrativi. Cionondimeno questa sana abitudine lavorerà anche su un piano di prevenzione delle difficoltà del linguaggio e dell’apprendimento.

In qualsiasi caso, i nostri bambini saranno maggiormente pertinenti nelle loro competenze comunicative, un passaporto che agevolerà la relazione educativa relativa ai differenti contesti in cui si muoveranno e in cui noi ci muoveremo con loro.

Buona narrazione e buona storia del giorno!

M.C.

 

Soffermandomi nella libreria Punto e a capo

ho letto un testo molto curioso perché “sembra” proprio dedicato ai bambini che non si affrettano la mattina ad uscire di casa, mentre, in verità, è dedicato alle mamme e ai papà che non si soffermano abbastanza sui bisogni dei piccoli, proprio nello spazio di una mattina caotica e costretta tra le lancette di un inesorabile ed impietoso orologio.

Abile e sensibile, Silvia Oriana Colombo riesce a dipanare, tra rime ed illustrazioni di sfumature pastello, un argomento tanto diffuso quanto sopraffatto da … se stesso: la tangibile differenza fra il tempo bambino ed il tempo dei grandi.

Veniamo alla storia. Lisa è una bambina che ama giocare, che ama dormire e che ama fare tutto con calma.

In famiglia però ci sono ritmi che sono dettati dal mondo dei grandi, dagli altri, dagli uffici, dalle scuole, dai tram, da tutto ciò che sta fuori dai pensieri di Lisa che la mattina si sveglia con i suoi tempi e che lo ricorda ai suoi genitori e ai suoi fratelli con tutta la forza che può!

Svegliarsi è difficile, quindi la nostra piccolina pensa bene di trasformare tutto in gioco, all’interno della sua dimensione reale!

 Basta seguire il suo ritmo per essere catapultati sul palcoscenico di un teatro su cui Lisa piroetta con il suo tutù  o basta osservarla mentre lava i denti e disegna un arcobaleno sullo specchio portando in casa luce e colori.

Fa la colazione giocando con biscotti che fungono da vagoni che pigramente saltano nel latte. Solo il suo gattino la asseconda in tutto.

Ma alla fine, tutti saranno costretti in famiglia ad assecondarla perché Lisa si oppone: non vuole uscire di casa per nulla  al mondo, ma …. sono proprio i grandi, ed in particolare la sua mamma, che riavvolgono il tempo. Lo fermano operando un piccolo miracolo salvifico: lo spazio di un minuto può immergere tutti in qualcosa di veramente fantastico. In quello spazio può entrare il tempo fermo, La Soluzione. 

Come un gioco di famiglia in cui tutti quanti si accomodano attorno alla piccola e la fanno sentire ciò che è … nel suo modo di affrontare ed interpretare la giornata, quindi principessa, strega viaggiatrice, lei che scova mostri e fa magie …. Tutto quello che non avevano RISPETTATO i grandi!

Solo dopo il coinvolgimento familiare, solo dopo aver mediato sul tempo di tutti quanti privilegiando il tempo NATURALE di Lisa, solo allora, la nostra bambina riesce ad imboccare la porta di ingresso e a saltare in bici  con la mamma per affrontare una normale giornata di lavoro e di scuola, senza broncio, indossando il migliore dei sorrisi gentili e contagiosi.

Solo allora mamma e papà capiscono che i ritmi dei due mondi non sono simultanei, ma semplicemente paralleli.

Lo sforzo è dei grandi.

la lezione è per i grandi: IL TEMPO FERMO, quello che senza passare, “ingrassa” di cose vere quanto magiche (il gioco, l’immedesimazione in

 protagonisti che la sanno lunga della vita e di teatralità simile alla quotidianità) quella fantasia di bimbi piccini con cui lentamente, sentendosi importanti e compresi,  impareranno a rispettare regole altrettanto vere, che a poco a poco faranno proprie.

M.C.

 

Qual è l’incanto della lettura ad alta voce promossa sin dall’età prescolare?
E’ possibile che la lettura del libri in tenera età aiuti a pianificare per le neonate generazioni  un mondo più bello, più pulito, più buono?
Quale contributo noi adulti possiamo offrire affinché il mondo bambino si adoperi sin da subito a creare un mondo nuovo?

Ho da poco parlato ad un pubblico di genitori attenti, ricettivi e desiderosi di riflettere su queste domande per le quali ho cercato risposte adeguate e realizzabili nel concreto sin da subito da lì al loro immediato rientro a casa quella stessa sera, dopo il seminario sui benefici della lettura ad alta voce.
Ho visto quegli adulti particolarmente affascinati dal concetto e dai contenuti dell’apprendimento dei bambini. È come se non si fossero mai sufficientemente soffermati sulla propensione dei bambini ad immaginare come potrebbe funzionare il mondo, ma fossero fermi sull’insegnar loro come funziona il mondo, il mondo dei grandi.
Noto spesso che i genitori sono probabilmente sempre e troppo concentrati a trasmettere la propria visione dell’ambiente, della società, della città e così via, preoccupati di difendere, proteggere e preparare i loro figli al peggio più che al meglio.
In fondo, l’educazione è prima di tutto trasmissione di comportamenti, valori, principi morale che viaggia sul linguaggio non verbale, sull’imitazione diretta di azioni e atteggiamenti.
I genitori, a volte inconsapevolmente, educano a propria immagine e somiglianza anche quando tentano di nascondere modi di relazionarsi alle cose non consoni all’età dei loro piccoli o quando prendono le distanze dagli altri in virtù di un egoismo non giustificato, in particolare quando sono canalizzati e ipnotizzati dallo scroll del loro smartphone.

MA I BAMBINI  NON DEVONO FAR ALTRO CHE “APPRENDERE” CON GLI OCCHI SPALANCATI SUL MONDO DEI GRANDI, CHE E’ LORO A TUTTI GLI EFFETTI.
I BAMBINI DEVONO AVERE GLI STRUMENTI PER:
  1. IMPARARE COME FUNZIONA IL MONDO 
  2. IMMAGINARE COME POTREBBE FUNZIONARE
nel seminario abbiamo lavorato con successo e positività sul secondo assunto:
la lettura ad alta voce, la lettura condivisa, lo spazio da dedicare con pazienza e con piacere alle pagine di un buon libro (basta poco), tutto ciò permette di creare una relazione affettiva ed un legame indissolubile fatto di fiducia e sentimenti puri, attraverso i quali si veicolano strumenti di indagine e di conoscenza universali.
quindi l’immaginazione, la fantasia, l’affinamento di capacità cognitive, la capacità di prevedere, creare e inventare nuove scenari, nuovi finali di storie affascinanti, di essere i promotori di eventi fantastici ma realizzabili, … ecco non è poco!
Questo accade leggendo un libro con i bambini:
Accade che la storia, le storie, le fiabe, le illustrazioni dei silent books, fanno diventare i nostri bambini i costruttori di mondi nuovi, migliori dei nostri.
Fanno diventare noi adulti, che viaggiamo con loro tra le parole dei libri, tra i suoni onomatopeici, tra i  silenzi e le pause di immagini che rapiscono anche la nostra attenzione, felici ed orgogliosi di essere un giorno superati in fatto di conoscenza e di pianificazione del futuro proprio da chi abbiamo messo al mondo.
Per approfondimenti vai alla pagina dei contatti e strumenti di crescita

 



 

Nubeocho è una casa editrice che cerca di arrivare a toccare il cielo” attraverso scelte editoriali studiate con serio impegno pedagogico. Per noi è la scoperta piacevole di un luogo didattico in cui si promuove il rispetto per la diversità, l’uguaglianza, l’impegno sociale e l’educazione emozionale delle prime esperienze nella vita dei bambini.

Bisognibambini ha incontrato Nubeocho attraverso il libro illustrato Adottare un dinosauro, un testo vivace fatto della tenerezza di sentimenti vissuti dalla piccola Ale nel momento in cui si sente sola e desidera la compagnia di un animale o di un fratello.

La copertina di un testo è importante specialmente quando si maneggia un libro illustrato destinato ai bambini. Ana Sanfelippo ha disegnato Ale, una bambina con un fiocco a pois in testa, che sorride mentre tiene in equilibro un dinosauro che non incute assolutamente paura, anzi! Ride giocoso anche lui a dispetto della stazza di circa quattro volte più grande di quella della piccolina. L’illustratrice argentina definisce gli ambienti esterni ed interni con allegria, ghiribizzo e – proprio come sceglie di definire il suo lavoro –  “mescola acrilici, inchiostro e matite per scenari dai colori vibranti”.

Scrittore, raccontastorie e clown, José Carlos Andrés sembra quasi dipingere sulle immagini della Sanfelippo le parole giuste della storia di Ale e dei suoi sogni.

Il tempo in casa non passa facilmente e Ale si annoia tra i desideri che esprime ad alta voce.

Ale desidera compagnia, vuole un amico per i suoi giochi, forse una specie di fratello, qualcuno che la stupisca e le faccia tornare il sorriso di cose nuove che fanno crescere bene.

Dal lunedì alla domenica successiva non è altro che una richiesta dopo l’altra ai suoi genitori esausti. Vuole il cane … no il gatto, anzi, la tartaruga! Eh no, a pensarci bene, un pappagallo variopinto o un ragno minuscolo. Ma perché non una gallina? E, visto che non badiamo a proporzioni, scegliamo una giraffa o un maiale o … un elefante viola.

Ma la regola in casa è una e solo quella: niente animali in casa!

Imbronciata Ale sembra rassegnarsi. Il mattino successivo al rientro in bicicletta da scuola trova un enorme uovo nel parco che, credendo abbandonato, porta a casa dove cerca in tutti i modi di nasconderlo agli occhi dei suoi genitori.  

A quel punto Ale decide di prendersi cura dell’uovo gigante nella sua cameretta. Lo accudisce rendendolo più umano  con occhi, naso e capelli. Gli racconta anche le storie prima della nanna fino a che il venerdì, a seguito di tutto quel calore profuso da Ale, l’uovo si schiude e viene fuori un cucciolo verde di dinosauro.

Festante come mai, Ale si presenta a mamma e papà e formula un’ennesima richiesta: “Voglio un dinosauro!”

L’assurdo desiderio di Ale espresso alla mamma e al papà fa capitolare i due ignari della verità che, alla fine, le accordano di adottarlo se lei ne individua un esemplare, sicuri della stramberia della piccola. Purtroppo per loro, il dinosauro è già in casa e ne fanno la conoscenza quando Ale lo porta in salotto in braccio destando il disorientamento, nonché la paura dei due adulti.

Kimo, il piccolo di dinosauro appena nato, è un cucciolo speciale e anche mamma e papà se ne accorgono presto. Ale non si stupisce mai della particolarità di Kimo, della sua grandezza, della sua diversità, della sua differenza.

Kimo, in giro per il parco con Ale, desta stupore e terrore al contempo negli adulti, mentre i bambini, che non sono mai imbarazzati dalle differenze, giocano con lui a più non posso.

Accade però che un ruggito echeggia nel parco e Kimo riconosce un suono familiare. Due saltasauri si avvicinano e riconoscono il loro cucciolo. I bambini di fronte alla verità continuano a giocare e a saltare. Kimo prima di andare via definitivamente con i suoi genitori saluta Ale festoso e lei ricambia.

Kimo in casa di Ale lascia un profondo vuoto tanto che mamma e papà propongono un’altra adozione, ma Ale non vuole sostituire Kimo con nessuno per un fatto molto chiaro. Di tanto in tanto è proprio il piccolo amico dinosauro a raggiungere Ale, a spiare dentro casa e a richiamare l’attenzione della piccola amica-sorella con cui fuori fa capriole e giravolte. 

I bambini intercettano sempre la verità. Quando costruiscono un legame, sono capaci di aspettare il tempo in cui esso si realizza. Ale, come tutti i bambini che sanno desiderare ed ottenere le cose necessarie a permettere loro di crescere, aspetta fedelmente l’amico. Questa è la fiducia che i bambini insegnano ai grandi.

I bambini accettano anche che qualcuno, bisognoso di affetto sincero, si riposi nel loro nido accogliente per il tempo giusto che i suoi genitori trovino la strada giusta. Questo è la sintesi dell’affido.  

I grandi possono anche rimanere fermi sulle loro posizioni, ma arriverà sempre un bimbo che farà vacillare le loro verità. Questa è la potenza creativa ed elastica dei bambini contro la presunzione e la rigidità degli adulti.

I grandi, a volte, sostituiscono gli affetti per non sentire il dolore della solitudine. I bambini invece riempiono i vuoti con il ricordo delle cose belle trascorse nei bei momenti e le … riportano in vita! Questa è la LORO  saggezza.

Grazie Nubeocho! I grandi rifletteranno sulla saggezza di Ale ed i bambini avranno più libertà nello scegliere di guardare negli occhi anche chi non somiglia alla loro immagine riflessa allo specchio. 

                                                                                                                               M.C.





Autrice di “Indovina la fiaba!” della Giunti Editore, Eva Rasano ci contagia con un silent book curioso, simpatico ed azzeccato! Parlavamo nella recensione precedente della paura, una cosa seria per i piccini, ma anche per i grandi ed in soccorso giunge l’ingegno della Rasano.

Nei suoi disegni, l’autrice sminuisce con particolare tatto la fama secolare del LUPO NERO che nella sua creazione diventa il protagonista delle fiabe più importanti e cruciali per generazioni di bambini, compresi noi.

Un silent book è interattivo giocoforza! È un portento per interagire con bambini di tutte le particolarità, piccini e grandicelli. un libro potente anche nella costruzione della relazione educativa. Chi segue le immagini con il bambino deve costruire la relazione verbale, quindi inventare, attendere che escano le parole di chi ascolta, rispettarle, amplificare le emozioni che suscitano i colori, i movimenti e i fermo-immagine.  Il silent book supera le barriere linguistiche e culturali, se si vuole.  

È adatto a dare profondità all’immaginazione, alla fantasia e al pensiero divergente. Esso è creatività pura fatta albo illustrato!

Questo silent book costringe con bontà a parlare e ad indovinare il contesto fiabesco che si presenta su due pagine di libro spalancate sotto lo sguardo incuriosito di chi legge le immagini e le rappresentazioni grafiche.

Cosa accade calandosi fra le sue pagine? Si apprendono e si inventano parole, si sprona la pigrizia linguistica, si contestualizza la storia, si narrano gli eventi già conosciuti a menadito o da conoscere, stuzzicati dai numerosi particolari ritratti sul cartonato.

“Indovina la storia!” ha l’abilità di provocare la memoria, di veicolare anche quei messaggi leggermente ostici che appartengono alle fiabe classiche, traboccando dal perimetro che la storia impone e magari alleggerendo la serietà imposta dall’impronta classica.

È credibile Biancaneve vestita di tutto punto con la gonna gialla, il corpetto rosso e le maniche a pon pon azzurre, con un muso lungo nero e con sette lupacchiotti con il cappello da gnomo sul capo che la guardano rapiti? Sì, penso proprio di sì! 

E Aladino-lupo con il turbante in testa?

E La Principessa sul pisello che dorma su materassi che ricordano una torta a strati?

Ed il Brutto Anatroccolo-Lupo che galleggia accanto ai cigni?

Ma è strabiliante il lupo Cappuccetto Rosso che incontra … il lupo della fiaba!

Colori e tratti forti e decisi come le 19 fiabe che portano dentro messaggi eterni che sedano le paure dei bambini, i loro conflitti emotivi,  la mancanza di risposte alle loro domande complicate e che, in verità, li proiettano verso un approccio positivo alla vita. Il finale delle fiabe è sempre positivo: “tutto e di più” può accadere nella trama, ma alla fine tutto si risolve e la serenità torna a splendere nell’anima bambina.

Se poi un lupo simpaticone aiuta, che altro desiderare?



Illustrazioni realizzate dall’artista Luisa Montalto  con la tecnica della pittura cinese tradizionale a pennello di bambù, immagini artistiche, pennellate di colori tenui che richiamano l’animo dei bambini, che ritraggono scene di solida amicizia e fiducia, che interpretano un’idea pura, chiara, indiscutibile, quella dell’autrice Claudia Mencaroni. 

Un’altra perla pescata nelle acque della libreria Punto e a capo

La lettura della storia di Seb è ritmata dalle note del mare. L’acqua evoca la voce e l’abbraccio della mamma, rimanda alla vita e al suo contrario.

Un bambino conosce linguaggi inaccessibili alla razionalità adulta

 … “in silenzio, come fanno le persone felici”

 ed una brava scrittrice per bambini, ascoltando fedele la propria voce bambina, riesce ad interpretare tali linguaggi e a riportarli fedelmente tra le lettere di parole evocative, sulle pagine di riso di un libro atipico edito da Verbavolant.

Non conviene mai sottovalutare il passaggio dalla veglia al sonno nella vita di un bambino. Per lui affrontare la notte misteriosa significa spesso perdere il senso dell’orientamento ed entrare in confusione.

In quegli istanti lui si stacca dal contatto fisico con la mamma e si ritrova completamente solo, al buio e nel vuoto

allora di notte io aspetto il silenzio. Faccio pianino, trattengo il respiro”

Probabilmente i mezzi per affrontare questo perpetuo viaggio notturno devono essere forniti con maggiore attenzione dall’adulto che ne è responsabile.

La paura è una “signora” emozione. E va rispettata perché, trattata bene, permette a grandi e piccini di fortificarsi, di crescere e di trasformarsi in coraggio per vivere.

Il racconto di storie nel passaggio dal giorno alla notte affievolisce l’ansia e la paura

un po’ perdo il respiro, ma poi lo ritrovo al fossato

specialmente se i contenuti sono rassicuranti e meravigliosi.

La piccola protagonista di questa avventura notturna si muove proprio di notte verso la spiaggia per incontrare Seb, IL bambino che la capisce senza tanto dire, anzi con cui può scambiare le parole giuste e sentirsi a casa.



I due protagonisti, un maschietto ed una femminuccia, due parti complementari, parlano il linguaggio del mare che è universale, che racconta di sabbia, di profumi, di materia.

Così si tranquillizzano e fanno pace con il buio trasformandolo in silenzio luminoso e sonoro di onde ascoltate attraverso una conchiglia.

“E pure la notte si mette a suonare. È un’orchestra di foglie di stelle di vento” 

Solo i bambini sono capaci di questa trasformazione anche nella peggiore delle situazioni.

Dopo corse a perdifiato sulla spiaggia, suggellate da un patto d’amicizia eterno, la piccola protagonista è sazia di bellezza bambina.

Può svegliarsi tranquilla nel suo letto, ritornare alla luce del giorno, sapendo che la conchiglia la salverà da lì alla notte successiva.

 M.C.

Questo piccolo capolavoro editoriale si presta alla lettura cenestesica e a laboratori creativi ed artistici che permettono ai bambini di giocare con i propri talenti ad ampio raggio sia con l’uso dei colori sia con la mimica della comunicazione non verbale.  



 

Pierfrancesco è un bambino sereno che vive una vita fatta di abitudini sane e salutari. È un bambino normale con due genitori affettuosi e accudenti ed un contesto familiare allargato a lui costantemente relazionato. Ha due anni e mezzo. Frequenta il nido ed ha instaurato rapporti emotivamente validi anche con i compagni di asilo. 

Un giorno i suoi genitori, sempre presenti nella sua quotidianità, lo preparano al fatto che, dopo il sonnellino pomeridiano, si sveglierà accanto ai nonni presenti in casa per l’occasione perché loro sono impegnati fuori casa. Ciò è fattibile perché Pierfrancesco è legato affettivamente ai nonni e non ha mai manifestato alcun rifiuto nei loro confronti. 

Per la prima volta un giorno si sveglierà dal sonnellino pomeridiano con accanto a sé la nonna. Ma il risveglio non è piacevole anche se non drammatico. Pierfrancesco è triste fino alle lacrime, che però scompaiono alla vista del nonno sulle cui gambe Pierfrancesco si accuccia. La nonna non da segni di malcontento naturalmente e, mentre ritorna la calma nell’animo del piccolo e le cose intorno a lui si rimettono in ordine, lei intenta a preparare la merenda, vede il nipotino accanto a sé che le chiede di abbassarsi verso lui e che  l’abbraccia forte forte. Senza proferire alcuna parola esplicativa.



Il comportamento di Pierfrancesco non rimanda solo alla relazione affettiva e familiare, ma anche al senso morale nascente in lui. Vediamo perché.
Fino a poco tempo fa sarebbe stato impensabile partire dai bambini per spiegare la moralità.
Esistono delle idee di base circa il senso morale come in particolare: “non fare agli altri quello che non vuoi si faccia a te” o “ama il tuo prossimo come te stesso”.
Queste idee presuppongono che noi siamo capaci di adottare la prospettiva altrui.  Piaget (1932) era convinto che lo sviluppo morale avesse inizio in età adolescenziale e che le categorie bene/male, giusto/sbagliato fossero dedotte da imposizioni, punizioni e ricompense inflitte ai bambini. Lo scienziato adduceva questo difetto all’incapacità del bambino prescolare di adottare la prospettiva altrui, di trarne intenzioni e di seguire norme astratte.
Gli scienziati Mikhail J. (2007) e Hauser M. (2006), in tempi più vicini a noi, hanno accennato ad una sorta di grammatica morale universale che nasce con il bambino e Haidt J. (2007) parla, in aggiunta, di moralità costruita sul substrato delle sensazioni e non delle conoscenze dovute all’esperienza.
Entrambe le visioni teoriche  stridono con la possibilità di ipotizzare una crescita morale nel bambino. Cosa che è sostenuta e condivisa da Alison Gopnik, psicologa dell’apprendimento infantile, la quale evidenzia di contro che, secondo le ultime ricerche scientifiche, nei bambini anche piccolissimi esistono fondamenti morali, ma non innati ed immutabili, né tanto meno derivati da un serbatoio di reazioni emotive.
La psicologa di Berkeley sostiene che i bambini conoscono il mondo, lo percepiscono e variano le loro azioni “morali” modulando i loro giudizi verso le cose e le azioni. I bambini sono empatici e si identificano con gli altri (imitano il viso della mamma sin da subito assorbendone la mimica dettata dalle sue emozioni) e sono in grado di comprendere che i loro sentimenti sono condivisi dagli altri.
Allo stesso tempo comprendono le regole, cercano di seguirle ed usano le conoscenze empatiche come motore per intervenire su di esse.
secondo questo modo di interpretare si può tranquillamente pensare che il bambino si dica: “non faccio del male a qualcuno perché so cosa significa quando qualcuno fa del male a me”. Questo è un comportamento che i bambini apprendono grazie alla stretta relazione fra imitazione e empatia. 
Fare del male a qualcuno è sbagliato perché è radicato nell’empatia delle fasi iniziali della vita. È una preoccupazione morale che si estende ai simili. L’empatia ed il rispetto delle regole danno pertanto luogo alla moralità tipicamente umana.
Per capirci, i bambini possono estendere l’empatia che provano verso mamma e papà ad una gamma molto più ampia di persone (i nonni ed i parenti tutti e gli amici), quindi estendono la loro preoccupazione morale a coloro che sono simili a loro,  a chi ha una relazione con loro. Al contempo, possono negarla a chi non rispetta la somiglianza, a chi “non sentono” loro simile. Anche in questo caso gioca molto il binomio imitazione/empatia (pensiamo all’appartenenza ai gruppi e alla loro differenziazione).

Torniamo a Pierfrancesco. Il nostro bambino rimane estremamente affettuoso e per giunta coerente. Nell’esempio sopra esposto lui prova ed esprime il dolore e la paura dell’abbandono che però colma prontamente con il legame “simile” con il nonno. Così può attendere con calma il rientro dei suoi genitori.
In questa bolla di sicurezza ritrovata, pensa a quanto male fa il rifiuto e la mancanza di un abbraccio e pensa che con i suoi simili non ci si comporta così. L’abbraccio che ha scelto di dare alla nonna a quel punto non ha significato “perdonami, non lo faccio più” (una pretesa ridicola da parte dell’adulto! Per giunta una striminzita interpretazione).
Riflettiamo sul senso del comportamento di Pierfrancesco nella visione scientifica appena accennata. L’abbraccio può significare piuttosto “non reggo il dolore (empatia) che tu hai potuto sopportare per il mio rifiuto e questo non si fa (regola) se sei come me, un mio simile. Ti restituisco quello che io avrei voluto”.



Bene, le considerazioni scientifiche della Gopnik (2009) aprono scenari interessanti ed estremamente curiosi circa la condotta morale che gli adulti adottano. Nell’educazione è importante tenere conto di quanto esperito da questa letteratura scientifica, perché i bambini ci osservano con gli occhi della pelle, della mente e dei sentimenti. Solo in un secondo momento danno nome ai loro comportamenti imitati direttamente dal mondo adulto che è rappresentato dai suoi cargivers: genitori, nonni, pari, insomma, tutti i suoi simili.
Pensiamo ai contesti educativi in cui decidiamo (scegliamo consapevolmente e con coriacea responsabilità) di far crescere emotivamente i nostri bambini. Da ciò dipende il loro comportamento morale da grandi, quando diventeranno quegli adulti  che con noi, con la nostra partecipazione, edificando le loro persone e le loro relazioni nella speranza che intercettino più simili possibili.