Pedagogia “divergente”

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MATITA ROSSA E MATITA BLU

Erano gli anni ’90 e c’era un gran dire circa l’alfabetizzazione emotiva da introdurre nelle scuole in particolare in quelle dei primi stadi della scolarizzazione. Tutti noi eravamo coinvolti in questo nuovo approccio educativo e tutti noi siamo corsi ai ripari. Abbiamo partecipato ai corsi professionalizzanti, di perfezionamento e, i più audaci, ai master. Dalla psicologia e dalla psicoterapia abbiamo tratto ispirazione ed imparato l’educazione razionale emotiva (E.R.E.): si può educare un bambino a trasformare le sue emozioni disfunzionali imparando ad usare in modo costruttivo la sua capacità di pensare razionalmente.  Le scuole pullulavano di corsi e progetti rivolte ai gruppi classe in cui si proponevano le attività del testo, ad esempio, l’ABC delle emozioni di Mario Di Pietro, professore universitario, psicoterapeuta e supervisore della E.R.E. in Italia. Ci siamo impegnati ad essere al passo con i tempi, con le nuove ricerche e con i nuovi approcci pratici affinché i nostri bambini, oggi quasi maggiorenni, si orientassero in ciò che sentivano dentro di sé e fossero capaci di districare la loro matassa emotiva per interpretare i comportamenti degli altri, l’oggettività della realtà circostante e per imparare a pensare razionalmente coniugando il mondo interno con il mondo esterno.


Erano obiettivi:

Conoscere i propri sentimenti

♠ Riconoscere le emozioni

♦ Gestire la rabbia

♣ Affrontare la paura

🙂 Reagire alla tristezza

😉 Riconoscere i pensieri


Mi chiedo ora, però, se non ci siamo lasciati per strada qualche percorso integrativo. Se non ci siamo dimenticati i genitori o se non abbiamo prestato interesse ad eventuali approfondimenti per loro. In fondo, globalizzazione e l’alta tecnologia sono eventi contemporanei ed hanno i loro effetti su tutti, grandi e piccini.

Tenendo a bada le falle politiche e la mancanza ormai perenne di dialogo fra realtà sociale e prassi governative (la politica è fatta comunque dai grandi…ohibò!), i professionisti dell’educazione si devono chiedere cosa sia accaduto, che effetto abbia avuto non considerare l’alfabetizzazione emotiva anche per gli adulti. Con ciò non si vuole dire che in nicchie altamente evolute ed attente dal punto di vista educativo (perenne è anche il divario fra nord e sud, ahinoi!) non si sia provveduto a consapevolizzare i genitori di tutto ciò, ma probabilmente l’esempio circoscritto e locale non è stato un fenomeno socio educativo facilmente estensibile.

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Proviamo, quindi, a non meravigliarci dei danni e delle tragedie educative (limitazione o ablazione della responsabilità genitoriale, affido condiviso ed esclusivo, omicidi per mano di minorenni, ecc.) e vediamo piuttosto se anche i genitori che accondiscendono, che non si impongono, che non mancano di autorevolezza, siano così “incapaci” proprio perché loro non sanno come fare, ignorano metodi e strategie, non hanno in mano gli strumenti. Anche loro dovevano essere instradati.

Non viviamo il tempo dei nostri nonni e bisnonni. Non ci sono i colori netti, bianco e nero, ma piuttosto colori sgargianti, tonalità accese, sfumature impercettibili. Tutti dobbiamo imparare, altrimenti cosa insegna chi è deputato ad insegnare?

Mi chiedo, ancora, se l’alfabetizzazione emotiva possa essere resa accessibile nei corsi preparto, nei consultori familiari, presso gli ambulatori pediatrici, nelle neuropsichiatrie infantili, luoghi istituzionali a carattere pubblico, visto che la scuola è l’ultimo traguardo. Se si possa raggiungere una sorta di uguaglianza fra genitori, una diffusa e democratica competenza genitoriale! A mio avviso basta poco in fondo. L’approccio pedagogico nella politica educativa deve cambiare, è necessaria più pedagogia che clinica. È necessario l’intervento del pedagogista più che dello psicologo nella scuola. Ma il genitore deve arrivare a scuola già parzialmente consapevole perché si è fatto aiutare o ha già chiesto aiuto e lì, a scuola, può anch’egli o anch’ella dare il suo contributo al di là del proprio orticello ben coltivato. A scuola cresce una piccola grande comunità, non si può incrementare l’egoismo. È auspicabile incentivare una pedagogia della normalità.

Sarebbe un modo attraverso il quale si evidenzia lo stato di fatto della salute psicofisica dei bambini delle loro famiglie.

Un sogno, un progetto, un impegno.


Ravensbuger

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