In questi giorni si sta discutendo sulla eccessiva medicalizzazione di bambini e ragazzi portatori di un problema nella sfera dell’apprendimento. Psicologi, pedagogisti, neuropsichiatri, ma anche insegnanti coscienziosi e genitori responsabili e preoccupati, si stanno confrontando su questo delicato tema,  chi con maggiore veemenza, chi con maggiore distacco. Bisognibambini, con il suo taglio prettamente pedagogico ed umanistico, sa bene che,  ad esempio, la dislessia così come gli altri DSA (Disturbi Specifici dell’Apprendimento) ad oggi sono certificabili con gli standard dell’ICD10, il manuale internazionale delle patologie psichiatriche. Sa, inoltre, che le neuroscienze – di cui ha stima e rispetto – dicono chiaramente che i DSA sono piuttosto delle neurovarietà che non hanno a che fare con la malattia mentale, ma che diventano disturbo solo in relazione a metodologie didattiche scorrette o poco sostenute da un background di competenza specifica acquisibile dal gruppo docente. E ancora, bisognibambini è convinto che ogni bambino ha una sua peculiarità, un sé originario (N. Ghezzani, 2015) da coltivare e che la scuola, sin dalle prime classi, può farsene carico, concentrandosi sulla modalità di conoscenza preferita dal bambino e veicolare per lui i contenuti che tutta la classe acquisisce.  Lo strumento principale è la didattica consapevole.
Al fine di fare maggiore chiarezza, abbiamo rivolto alcune domande ad una neuropsichiatra infantile (*) che alle nostre così di seguito risponde:
  • DOTTORESSA, CHI SONO I BAMBINI CHE LEI GIORNALMENTE INCONTRA?

I bambini che accedono al mio ambulatorio o al mio studio sono eterogenei.
La discriminazione casistica si effettua per fascia d’età. Più precisamente, in età neonatale arrivano i bambini nati con difficoltà ischemiche  o disgenetiche o metaboliche importanti. In età prescolare quelli con disturbi della sfera della comunicazione e della relazione.
In età scolare accedono in maggiore percentuale quelli con disturbi dell’apprendimento, i comportamentali.
In adolescenza quelli con disturbi del comportamento alimentare, da dipendenza, e ultimamente quelli con disturbi depressivi.
Tale casistica è suscettibile di modifiche considerando che molti disturbi correlati a epoche della vita sono aumentati e si possono cogliere prima.
Mi riferisco alla depressione e ai disturbi del comportamento alimentare che mal inquadrati in epoca d’esordio arrivano già scompensati.
  • QUALE LA SUA OPINIONE SULL’ECCESSO DI MEDICALIZZAZIONE SULLA POPOLAZIONE SCOLASTICA?
Ritengo che l’eccesso sia una non corretta diagnostica che tende a cercare un sintomo per effettuare una terapia e non soffermarsi sul materiale umano che necessita di “care”
  • QUI DI SEGUITO UN BRANO TRATTO DA UNA DICHIARAZIONE DEL DOTT. NOVARA, PEDAGOGISTA E AUTORE DEL LIBRO ” NON È COLPA DEI BAMBINI” Bur Rizzoli, 2017:
“E’ fondamentale fare chiarezza sulla sostanziale differenza tra le difficoltà che un bambino può incontrare a causa dell’immaturità del suo sviluppo e una patologia vera e propria. La mia impressione è che nel dubbio si scelga la via della certificazione, quasi per non correre rischi, quasi per non lasciare i genitori senza “una risposta”. Così si finisce a ripercorrere con le diagnosi neuropsichiatriche la strada già percorsa con l’eccesso nell’uso di antibiotici e con tutta un’altra serie di eccessi medici di cui è piena la storia.
Secondo l’International Academy for Research in Learning Disabilities, un’organizzazione internazionale di professionisti che si occupa di condurre e condividere le ricerche scientifiche sulle difficoltà dell’apprendimento, solo il 2,5% della popolazione scolastica mondiale dovrebbe incontrare problemi nella cognizione numerica, e solo lo 0,5/1% sarebbe effettivamente soggetto a discalculia evolutiva, quel disturbo dell’apprendimento geneticamente determinato, effettiva espressione di una disfunzione neurologica, che rende incapaci di comprendere e di operare con i numeri. I dati sulle segnalazioni in Italia invece parlano di circa un 20-30% di bambini, più o meno cinque per classe, che incontra, soprattutto nella fase iniziale, difficoltà significative nell’apprendere le abilità di calcolo e che viene avviato a un percorso diagnostico. Qualcosa nei conti non torna”       
QUAL È LA SUA OPINIONE?
La diagnosi è fondamentale e la diagnosi si basa su un’attenta valutazione clinica e testologica e su una conoscenza plastica e dinamica di tutti i fattori che concorrono alla qualità della vita del minore, ai suoi fattori barriera, ai suoi fattori facilitanti, alle sue risorse.
Spesso la diagnosi non è fatta dallo specialista.

 

  • Qual è la logica che sottostà alla certificazione di DSA anche per chi non ne è portatore (“falsi positivi”, bambini che, se trattati con didattica appropriata e competente, possono ottenere i risultati che la scuola richiede)?
Scarsa conoscenza del problema. Scarsa valutazione globale. Scadente monitoraggio. Docenti impreparati  e poco motivati al successo scolastico e all’attuazione di un progetto individuale.
  • IL RUOLO DELLA SCUOLA a seguito del DM 27.12.2012 e della CM n. 8.3.2013 diventa più pedagogico che psicologico. QUALE LA  SUA OPINIONE?
Bisognerebbe ripercorrere la strada della competenza e dell’obiettivo da raggiungere sulle criticità rilevate. Credere nel proprio ruolo di educatore. Non deresponsabilizzarsi. Non ripercorrere luoghi comuni.

(*) Dott.ssa Angelica Tatiana Curti, medico chirurgo

specialista in Neuropsichiatria Infantile

ASP Cosenza, studio in Paola (CS), cell. 328 8495083

Fra pochi giorni si torna a scuola.

Tutti i bambini che stanno per entrare nelle loro classi, incontreranno i loro compagni; che si tratti di nido, di scuola dell’infanzia o di scuola primaria, tutti inizieranno o continueranno – per chi è più grandicello – l’esperienza della condivisione, della socializzazione e dell’incontro con l’altro.

Stando un po’ attenti – e riflettendoci su – mamme, papà ed insegnanti possono riconoscere che, sin dal primo giorno di scuola, si pongono le basi per i futuri “proprietari del nostro pianeta”!

Nelle classi, nei corridoi, nelle aule mense si vedranno bimbi diversi fra loro che si incontreranno, si scontreranno, si aggregheranno e litigheranno per fare pace, si spera, e per crescere grazie a queste interazioni.

Noi adulti saremo vigili e, andando al di là dei nostri preconcetti, aiuteremo i nostri bambini a capire che tutti loro hanno uguali diritti (in particolare emotivi) anche se sono diversi tra loro o, forse proprio per questo! Perché tutti i bambini sono singolari, hanno colori diversi, pregi e difetti unici, ma emozioni uguali! Felicità, rabbia, tristezza, paura …

Capita a volte che, non avendo nulla da fare, ci si intestardisca puntando il dito contro un difetto di chi ci sta di fronte. Può succedere, quindi, che il leone nella foresta se la prenda con la tartaruga perché è “lenta” o che la formica alzando le antennine gridi contro la giraffa dal collo lunghissimo e sottolinei il fatto che sia troppo “alta”

 

 

o ancora che la puzzola disturbi il leone perché “chiassoso”!


Ecco, può succedere che essere arrabbiati con sé stessi o con non si sa chi, invece di provare a capire cosa scateni questa emozione, ci fa vedere il difetto dell’altro.

La colomba, che viene dall’alto e che quindi vede le cose da un punto differente da quello dei singoli animali, arriva in soccorso.

Lei fa una scoperta importantissima quando mette in risalto i pregi di tutti. Infatti, quando parla con tutti i nostri amici animali, afferma che prova amore per loro proprio per quel difetto per il quale erano stati prima offesi gratuitamente!

E non solo! La risposta incredula di ogni animale è “veramente?” con gli occhi sgranati.

Ecco, probabilmente c’è bisogno che qualcuno dica ad alta voce che ci vuole bene affinché noi crediamo di essere giusti!

Probabilmente l’autostima viene da fuori per rafforzare quello che crediamo che in noi non vada.

È una lezione per i grandi perché i bambini ce la insegnano subito e in modo diretto. Proprio come tutti gli animali che, da arrabbiati, diventano felici, nonostante non abbiano ancora niente da fare.


Gli animali erano arrabbiati, William Wondriska, Corraini Edizioni, 2011

 

http://www.edizionilpuntodincontro.it/?refid=12513

Pinocchio ed il Grillo parlante

Attorno ai 2-3 anni di vita i bambini attraversano un passaggio cruciale per lo sviluppo e la formazione della loro coscienza morale: si tratta del momento in cui essi percepiscono se stessi come agenti causali, responsabili delle proprie azioni. Gli studi in questo ambito, infatti, evidenziano come già verso i 2-3 anni il bambino mostri un’iniziale forma di preoccupazione per la cura degli altri e come sia anche in grado di valutare e distinguere, secondo il suo punto di vista, ciò che è giusto o sbagliato nel suo processo di relazione con gli altri distinti da sé. 

È di appena la fine del secolo scorso la convinzione che i bambini obbedissero per timore ed osservanza all’autorità, ma gli studi recenti di psicologia a riguardo della coscienza dicono ben altro.

I bambini obbediscono non solo per paura di ricevere una punizione, ma perché sono in grado di aderire precocemente a principi  morali assimilati.

Nella biblioteca di Nonna Dora, l’angolo dei libri di bisognibambini, è gelosamente custodita un’edizione delle opere di Collodi – EDITORE CUSIMANO – PALERMO – dal titolo  Tutto Collodi, anno di pubblicazione 1966, con illustrazioni originali inedite del pittore Umberto Carabella. 

È a questa edizione che sono tornata quando Mira, una mamma di una bimba di tre anni,  mi ha posto un quesito:

perché nei libri su Pinocchio per bambini piccoli manca spesso il Grillo?

La scelta o meno di menzionare il grillo parlante in edizioni molto sintetiche, quali devono essere quelle destinate ai piccolissimi, non spetta a noi giudicarla. Tuttavia capirla, comprenderla ed analizzarla potrebbe essere un lavoro anche molto interessante, in particolare se tale scelta dovesse essere motivata dal rispetto o meno riservato ad un’ età “incosciente”.  

Certo è che nell’immaginario di qualsiasi mamma o di un qualsiasi cantastorie, Pinocchio rappresenta un passaggio cruciale fra la fase della disubbidienza istintiva dei primi anni di vita “incoscienti” e la fase della  correttezza nei comportamenti, adeguati ai consigli dei genitori (o di chi per loro), della  consapevolezza ed intenzionalità delle azioni, proprio quando da bambini iniziamo a relazionarci agli altri.

Trasmettere questo bagaglio culturale, che ha permesso di crescere serenamente  tante generazioni di persone ormai adulte, è quasi un impegno imprescindibile e inderogabile! Il grillo parlante è UN PERSONAGGIO cruciale che non merita indifferenza!

Nella prefazione del testo Tutto Collodi sopra citato, si dice: “Il Grillo Parlante che picchietta con monito, inesorabile e pur tormentoso, è la voce occulta che accompagna ogni essere, quella che fu definita Coscienza e che in realtà costituisce il divino balenante e parlante di ogni creatura”.

Se il luogo vero e proprio del senso morale è la coscienza (insieme di processi cognitivi, affettivi e relazionali che influenzano e orientano le azioni degli individui) allora Carlo Lorenzini, in arte Collodi, aveva sacrosanta ragione a far parlare il Grillo dall’alto delle travi nell’umile casetta di Mastro Geppetto!

–          cri – cri – cri!

–          Chi è che mi chiama? Disse Pinocchio tutto impaurito

–          Sono io!

Pinocchio si girò e vide un grosso grillo che saliva lentamente su su per il muro.

–          Dimmi, Grillo: e tu chi sei?

–          Io sono il Grillo-parlante, ed abito in questa stanza da più di cent’anni

 

 Che la coscienza morale si fondi sull’adesione razionale a principi e valori universali ( J. Piaget, L. Kohlberg) o che si determini all’interno di una dimensione emotiva a braccetto con l’empatia (Bartsch – H.M. Wellman, H. Wellman – D. Cross – J. Watson, J.H. Flavell), in che modo essa nasce? E quando nasce se Pinocchio la vede esplodere dopo aver trascorso un periodo di piccole grandi tragedie personali? 

Tutti sappiamo che Pinocchio non era un adolescente!

Cosa accade, quindi, nei primi anni di vita nella coscienza di un bambino?

Ragionando in termini tecnici, l’interiorizzazione delle norme morali e lo sviluppo di una coscienza in grado di registrare i sensi di colpa, sono processi complessi su cui ancora molto è da scoprire.

La letteratura, nel frattempo, ci insegna che il bambino parte dalla fase dell’IO sono buono/cattivo per raggiungere un momento in cui, intorno ai due anni, riconosce l’esistenza di standard di comportamento accettabili o meno. Ciò gli permette di rispettare le cose richieste dai suoi genitori. Quando queste richieste sono vissute come pressanti, almeno nelle disapprovazioni (non sono d’accordo con questo! Non si fa! No, no, no), genereranno ansia. Tale stato emotivo porterà il nostro bambino a sentire altre emozioni quali la vergogna e l’imbarazzo.

Solo al fianco di un referente adulto riuscirà a compiere o meno un atto corretto o contrario e solo raggiunta questa fase, di conseguenza, maturerà la capacità di resistere alle tentazioni, che si stabilirà in epoca prescolare. Finita la successioni di fasi appena elencata, il bambino riuscirà ad essere autonomo nel comportamento e sarà mosso da motivazioni più personali ed interiori.

Ma, Collodi, non l’aveva già detto? Non è piuttosto vero che Pinocchio andò a scuola, Abbecedario sotto braccio,  subito dopo la sua “nascita”? Non è vero che barattò l’Abbecedario (del costo di una giacca di panno) proprio mentre fantasticava su come diventare bravo, studioso ed un giorno ricco per poter comprare una giacca al proprio papà?

Nell’ultimo capitolo (36°) dal sottotitolo finalmente Pinocchio cessa di essere un burattino e diventa ragazzo, il nostro piccolo eroe, tirando a sé il proprio papà dalla spiaggia verso un riparo, bussò alla porta di una capanna ed una voce li accolse. Dentro non vi era nessuno di visibile a primo acchito, ma a ben guardare, su un travicello c’era il Grillo-parlante, ora proprietario della capanna. Questi, ricordando a Pinocchio il modo in cui l’ha trattato al principio della storia, gli rammenterà:

… in questo mondo, quando si può, bisogna mostrarsi cortesi con tutti, se vogliamo essere ricambiati con pari cortesia nei giorni del bisogno

La cortesia, che non fa rima con la coscienza, è ad essa stessa imparentata. Relazionandosi agli altri, ascoltando chi è più saggio, rispettando la parola di chi ti parla, ecco i modi per apprendere ad essere cosciente.

Il Grillo parlante è una vocina che se nei libri per piccini manca, basta rammentarla ed aggiungerla alla narrazione che è relazione … ciò è parte della crescita di tutti!

 

M.C.



Quando un bimbo rincorre i dinosauri gli si deve riservare riverenza.

Non è da tutti mantenere un rapporto con i nostri antenati. E’ una questione di coraggio che solo i bambini con certi poteri rari hanno in dotazione.

Giovanni è un bambino con un cromosoma in più ed è il fratellino minore di Giacomo. Giacomo è felicissimo di avere finalmente un fratellino con cui giocare, ma nella sua adolescenza non esprime più la contentezza iniziale.

Prendere le misure del  suo mondo acerbo quasi adulto, che il nostro Giacomo – giovane scrittore di cuore – scopre giorno per giorno, comprendere che la specialità di Giovanni è diversità ed, infine, realizzare di provare sentimenti di vergogna per sé e per la propria famiglia a causa di uno stigma, sono tutti movimenti interiori che fanno alla fine esplodere il senso di libertà di Giacomo, l’autonomia di pensiero, di affetti e di azione. E’ maturo ora perché riconosce Giovanni come suo maestro di vita. 

La vita è l’unica cosa che si crea dal nulla. Prende forme diverse”

“Siamo fatti diversi e la diversità a volte può essere un gran vantaggio”

Background of kid drawing acrylic paints. Two year old child scribble

I peluche dinosauri, amati e venerati da Giovanni, sono oggetti transizionali (oggetti reali ma,  dal  punto vista del bambino,  rappresentano il suo primo possesso che si manifesta quando si differenzia  tra il sé e il non- sé,  passando dalla dipendenza assoluta dalla madre alla dipendenza relativa da lei) che determinano la sua sicurezza emotiva, affettiva ed esistenziale.

 I peluche dinosauri sono fondamentali per lui, sono dimostrazione coraggiosa di ciò che noi  normodotati non abbiamo la forza di esternare, di chiedere, di verificare quando abbiamo paura di…esistere. Noi le nostre paure le teniamo dentro, ci vergogniamo di chiedere di essere rassicurati. Giovanni non fa come noi che siamo condizionati dall’esterno, dall’ambiente e dai nostri pensieri rigidi, fossilizzati e  nascosti.

No. Lui le porta con sé, le tiene per mano, le dissemina lungo l’area domestica in cui la sua famiglia lo protegge e, tutti quanti, come binari per un treno,  lo  guidano lungo la via. Anche se sarà in ritardo sulla tabella di marcia. Ci penserà la sua velocità, quella di Giovanni che, come per un treno, farà avanzare tutti all’unisono. Come in una famiglia, come in un progetto.

Ciao, io sono Giacomo

Io sono Down. Tu?

Io…bé…

Niente? Maddai. Impossibile. Tutti sono disabili

 

 

 

 

 


BIMBI E TEATRO

I bambini sotto i 36 mesi di vita possono essere i protagonisti della loro crescita consapevole. Hanno la capacità, in verità, di operare con il proprio corpo, con il movimento -sia spontaneo sia intenzionale- usando il gioco simbolico nella ricerca della propria identità emergente.
In che modo? Interpretando le cose, le emozioni e gli spunti di storie che li coinvolgono all’interno di spazi laboratoriali teatrali fatti a loro misura. Il pensiero simbolico (Piaget, Vigotsky, Winnicot) osservato nel suo agire, dimostra tutta la sua pienezza espressiva da cui gli educatori del nido di infanzia possono partire per dare concretezza e spessore alla personalità nascente del bambino.
Roberto Frabetti ce lo conferma in un articolo scritto per Nidi di Infanzia (gennaio-febbraio 2017). Autore e attore de “La Baracca” – Testoni Ragazzi” di Bologna, egli ha fatto teatro con i piccolissimi con i quali ha istaurato dapprincipio un rapporto classico di attore-spettatore. Col tempo ed in considerazione del fatto che il teatro è il mezzo attraverso il quale si mediano contenuti ed emozioni, ha realizzato che i piccolissimi hanno una particolare propensione ad esprimere, appunto i contenuti e le emozioni attraverso una corporeità genuina in quanto nascente e naturale. L’articolo in particolare riporta esempi molto chiari in proposito.
Da adulti siamo molto più avvezzi all’uso di strumenti e mezzi per l’apprendimento per lo più cognitivi basati sul “verbale” e sul ragionamento astratto. Il bambino piccolo da parte sua è abile nell’esprimere il verbale (ancora in fase di costruzione) attraverso il movimento del proprio corpo. La mancanza del pensiero logico gioca a suo favore perché gli permette di usare un alfabeto fatto di gesti attraverso l’uso del quale parla ed interpreta muovendo il corpo, generando spazi attorno a sé, misurandoli e definendo se stesso. Il protagonista del palcoscenico medierà, quindi, un non verbale significativo che, senza alcun pudore, gli permetterà di scrivere con il corpo e di leggere i corpi degli altri. Egli diventerà un potente generatore di empatia ed userà questa per relazionarsi agli altri anche prima del tempo stabilito.
Il bambino che frequenta quindi il nido di infanzia è realmente capace di usare il proprio corpo come strumento di espressione simbolica ed è su questo assunto che le educatrici devono e possono far leva anche in un’ottica di prevenzione a disagi nella sfera del linguaggio, dell’apprendimento e dell’interazione con i pari.
Frabetti ci insegna che il bimbo entro i tre anni di vita quando è coinvolto in un laboratorio teatrale si muove attraverso scarabocchi gestuali sfruttando e maturando un alfabeto che gli consentirà di leggere il mondo e di interpretarlo con il proprio corpo e con il proprio movimento. E questa conquista si affiancherà come competenza motoria, ad integrare i livelli di verbalizzazioni presenti e futuri (movimento del corpo – rappresentazione simbolica di un moto interiore o di una storia – migliore verbalizzazione dell’azione appena agita attraverso la consapevolizzazione dell’emozione che l’accompagna, educazione emotiva).
L’acquisizione della maturità spazio temporale è il primo passo – aggiungiamo noi – nella presa di coscienza di sé, della costruzione, pertanto, della propria identità nascente. Una ricerca che non può prescindere da un approccio integrale ed olistico nel nido – luogo parallelo a quello familiare – di educazione e di socializzazione dei piccoli. Provare per credere!

https://www.testoniragazzi.it/doc.php?iddoc=311&lang=it

 

 




Tra i bisogni fondamentali di una crescita sana per i bambini c’è il movimento spontaneo e intenzionale del proprio corpo.

Quando il nostro bambino individua se stesso come un soggetto diverso e staccato da quello della mamma, significa che sta cominciando il periodo di differenziazione di sé come unità corporea e come agglomerato psichico.

Brazelton (2001) non esita a ricordarci che all’età di quattro mesi il bambino esercita un maggiore controllo dell’ambiente grazie alle capacità motorie appena conquistate e al potenziamento della consapevolezza emotiva. L’esplorazione comincia ad assumere connotati di intenzionalità.

Il nostro piccolo comincia a capire che gli oggetti hanno una vita propria che supera la sua percezione sensoriale: egli è, ora, affascinato dalle proprietà fisiche degli oggetti che comincia a manipolare.

Avviandosi al nono mese di vita, la stessa conquista cognitiva che lo ha portato a differenziare gli oggetti da sé, gli permetterà di differenziarsi dalle persone. I mesi successivi al primo anno di vita sono pieni di scoperte ed i giochi del bambino sono esplorativi. Entro il secondo anno egli diventerà il protagonista di un mondo immaginario: ora è capace di riprodurre la routine secondo un canovaccio fantasioso fatto della rappresentazione della stessa realtà e della riproduzione dei ruoli familiari. Gioca alla mamma, al papà e al bambino avvalendosi del materiale ludico che ha a disposizione come le bambole, le costruzioni, le macchinine o i trenini.

È importante porre l’attenzione a questo stadio evolutivo che impegna il bambino a costruire se stesso in relazione al mondo. Tutti i bambini hanno una spinta vitale che va assecondata e guidata. Non è mai una buona idea reprimerla senza conoscerne le potenziali direzioni che potrebbe prendere. Vale a dire, il bambino deve essere libero di esprimere il proprio movimento perché questo è indicativo della sua possibilità di gioire, di amare e di occupare il proprio spazio vitale.

Ghezzani (2014) ci ricorda da parte sua che evolviamo secondo cicli di vita che si alternano sin dalla nascita. Il primo è definito dal passaggio dalla vita intrauterina a quella neonatale, periodo che si conclude con lo svezzamento: i due corpi della madre e del bambino si allontanano. A due/tre anni di vita assistiamo all’esplosione di un’intensa e ricca arborizzazione sinaptica (le cellule del cervello aumentano) che spinge il bambino ad essere più consapevole, più curioso e più reattivo in modo rapido. Si producono, quindi, continui cambiamenti che si riflettono sul suo comportamento e sul suo umore. A fronte di ciò le risposte devono essere quanto più coerenti e congrue altrimenti la spinta vitale del bambino troverà sicuramente altre strade per esprimersi (non necessariamente negative in sé, ma complesse). Per fare un esempio, una mamma depressa e instabile può generare nel bambino risposte che cominciano ad orientarsi verso capacità riflessive e direzioni psichiche diverse e complesse, come se le sinapsi, sempre in crescita, sviluppassero nuovi percorsi anche di fuga per il bambino. In ciò possono rientrare comportamenti, più o meno evidenti, che meritano attenzione prima fra tutte di genere pedagogico. Il cambiamento di cui il bambino è protagonista (sta crescendo, quindi sta cambiando) è il prodotto non solo biologico in risposta ad un ambiente stimolante, ma è altresì determinato dall’impulso vitale che ci appartiene indipendentemente dai nostri genitori.

In sintesi, il bambino deve muoversi per definire se stesso, per esprimere il suo bisogno di vita e delineare il proprio spazio vitale. Egli può farlo in un ambiente di caregivers accoglienti e consapevoli di ciò che sta avvenendo in lui, ovvero il suo cambiamento costante e irreprimibile, il suo lavoro silente o chiassoso, evidente o impercettibile, leggibile o interpretabile, ma comunque libero di esprimersi.

Prendere a cuore l’educazione al movimento è un lavoro di prevenzione, a pensarci bene, a tutto ciò che di patologico spesso si affibbia ai bambini non sufficientemente stimolati.

I bambini istituzionalizzati o quelli cresciuti in ambienti inadeguati, di madri iperprotettive o al contrario inadeguate e disattente, portatrici anche di disagi psichici decisamente bisognose di sostegno, sono tutti bambini che fanno parte di un’infanzia precisa. Questa è l’infanzia che, se attenzionata adeguatamente da istituzioni non miopi, possono non rientrare in un bacino di presa in carico complessa come quelle delle neuropsichiatrie infantili, almeno per un primo tempo in cui tanto può essere fatto a livello pedagogico.

Ma come? L’educazione teatrale può arrivare in soccorso. È vero, il tema in sé merita di essere sciorinato nelle sue diverse sfaccettature e così faremo in queste pagine. Il teatro è una cosa seria e va considerata tale. Ma i bambini piccoli che c’entrano con il teatro?

Eh sì, i bambini c’entrano, eccome!

(fine prima parte)

 

 

 

Didattica consapevole

bisogno di gioco

A che gioco giochiamo?

gioco

 
To credit the author of the image:

www.freepik.com/free-vector/variety-of-kid-toys_764766.htm”


Che senso ha parlare oggi della palla, del cilindro, della sfera e del cubo?

Il “giardino di infanzia” è attuale?

B. Brazelton – grande pediatra e famoso psichiatra infantile – direbbe che giocare è un bisogno irrinunciabile: il gioco è la vita del bambino sin dalla culla. È il canale espressivo attraverso cui l’energia creativa si esprime e le pulsioni interiori, così come il potenziale, si manifestano.
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