BIMBI E TEATRO

I bambini sotto i 36 mesi di vita possono essere i protagonisti della loro crescita consapevole. Hanno la capacità, in verità, di operare con il proprio corpo, con il movimento -sia spontaneo sia intenzionale- usando il gioco simbolico nella ricerca della propria identità emergente.
In che modo? Interpretando le cose, le emozioni e gli spunti di storie che li coinvolgono all’interno di spazi laboratoriali teatrali fatti a loro misura. Il pensiero simbolico (Piaget, Vigotsky, Winnicot) osservato nel suo agire, dimostra tutta la sua pienezza espressiva da cui gli educatori del nido di infanzia possono partire per dare concretezza e spessore alla personalità nascente del bambino.
Roberto Frabetti ce lo conferma in un articolo scritto per Nidi di Infanzia (gennaio-febbraio 2017). Autore e attore de “La Baracca” – Testoni Ragazzi” di Bologna, egli ha fatto teatro con i piccolissimi con i quali ha istaurato dapprincipio un rapporto classico di attore-spettatore. Col tempo ed in considerazione del fatto che il teatro è il mezzo attraverso il quale si mediano contenuti ed emozioni, ha realizzato che i piccolissimi hanno una particolare propensione ad esprimere, appunto i contenuti e le emozioni attraverso una corporeità genuina in quanto nascente e naturale. L’articolo in particolare riporta esempi molto chiari in proposito.
Da adulti siamo molto più avvezzi all’uso di strumenti e mezzi per l’apprendimento per lo più cognitivi basati sul “verbale” e sul ragionamento astratto. Il bambino piccolo da parte sua è abile nell’esprimere il verbale (ancora in fase di costruzione) attraverso il movimento del proprio corpo. La mancanza del pensiero logico gioca a suo favore perché gli permette di usare un alfabeto fatto di gesti attraverso l’uso del quale parla ed interpreta muovendo il corpo, generando spazi attorno a sé, misurandoli e definendo se stesso. Il protagonista del palcoscenico medierà, quindi, un non verbale significativo che, senza alcun pudore, gli permetterà di scrivere con il corpo e di leggere i corpi degli altri. Egli diventerà un potente generatore di empatia ed userà questa per relazionarsi agli altri anche prima del tempo stabilito.
Il bambino che frequenta quindi il nido di infanzia è realmente capace di usare il proprio corpo come strumento di espressione simbolica ed è su questo assunto che le educatrici devono e possono far leva anche in un’ottica di prevenzione a disagi nella sfera del linguaggio, dell’apprendimento e dell’interazione con i pari.
Frabetti ci insegna che il bimbo entro i tre anni di vita quando è coinvolto in un laboratorio teatrale si muove attraverso scarabocchi gestuali sfruttando e maturando un alfabeto che gli consentirà di leggere il mondo e di interpretarlo con il proprio corpo e con il proprio movimento. E questa conquista si affiancherà come competenza motoria, ad integrare i livelli di verbalizzazioni presenti e futuri (movimento del corpo – rappresentazione simbolica di un moto interiore o di una storia – migliore verbalizzazione dell’azione appena agita attraverso la consapevolizzazione dell’emozione che l’accompagna, educazione emotiva).
L’acquisizione della maturità spazio temporale è il primo passo – aggiungiamo noi – nella presa di coscienza di sé, della costruzione, pertanto, della propria identità nascente. Una ricerca che non può prescindere da un approccio integrale ed olistico nel nido – luogo parallelo a quello familiare – di educazione e di socializzazione dei piccoli. Provare per credere!

https://www.testoniragazzi.it/doc.php?iddoc=311&lang=it

 

 




Tra i bisogni fondamentali di una crescita sana per i bambini c’è il movimento spontaneo e intenzionale del proprio corpo.

Quando il nostro bambino individua se stesso come un soggetto diverso e staccato da quello della mamma, significa che sta cominciando il periodo di differenziazione di sé come unità corporea e come agglomerato psichico.

Brazelton (2001) non esita a ricordarci che all’età di quattro mesi il bambino esercita un maggiore controllo dell’ambiente grazie alle capacità motorie appena conquistate e al potenziamento della consapevolezza emotiva. L’esplorazione comincia ad assumere connotati di intenzionalità.

Il nostro piccolo comincia a capire che gli oggetti hanno una vita propria che supera la sua percezione sensoriale: egli è, ora, affascinato dalle proprietà fisiche degli oggetti che comincia a manipolare.

Avviandosi al nono mese di vita, la stessa conquista cognitiva che lo ha portato a differenziare gli oggetti da sé, gli permetterà di differenziarsi dalle persone. I mesi successivi al primo anno di vita sono pieni di scoperte ed i giochi del bambino sono esplorativi. Entro il secondo anno egli diventerà il protagonista di un mondo immaginario: ora è capace di riprodurre la routine secondo un canovaccio fantasioso fatto della rappresentazione della stessa realtà e della riproduzione dei ruoli familiari. Gioca alla mamma, al papà e al bambino avvalendosi del materiale ludico che ha a disposizione come le bambole, le costruzioni, le macchinine o i trenini.

È importante porre l’attenzione a questo stadio evolutivo che impegna il bambino a costruire se stesso in relazione al mondo. Tutti i bambini hanno una spinta vitale che va assecondata e guidata. Non è mai una buona idea reprimerla senza conoscerne le potenziali direzioni che potrebbe prendere. Vale a dire, il bambino deve essere libero di esprimere il proprio movimento perché questo è indicativo della sua possibilità di gioire, di amare e di occupare il proprio spazio vitale.

Ghezzani (2014) ci ricorda da parte sua che evolviamo secondo cicli di vita che si alternano sin dalla nascita. Il primo è definito dal passaggio dalla vita intrauterina a quella neonatale, periodo che si conclude con lo svezzamento: i due corpi della madre e del bambino si allontanano. A due/tre anni di vita assistiamo all’esplosione di un’intensa e ricca arborizzazione sinaptica (le cellule del cervello aumentano) che spinge il bambino ad essere più consapevole, più curioso e più reattivo in modo rapido. Si producono, quindi, continui cambiamenti che si riflettono sul suo comportamento e sul suo umore. A fronte di ciò le risposte devono essere quanto più coerenti e congrue altrimenti la spinta vitale del bambino troverà sicuramente altre strade per esprimersi (non necessariamente negative in sé, ma complesse). Per fare un esempio, una mamma depressa e instabile può generare nel bambino risposte che cominciano ad orientarsi verso capacità riflessive e direzioni psichiche diverse e complesse, come se le sinapsi, sempre in crescita, sviluppassero nuovi percorsi anche di fuga per il bambino. In ciò possono rientrare comportamenti, più o meno evidenti, che meritano attenzione prima fra tutte di genere pedagogico. Il cambiamento di cui il bambino è protagonista (sta crescendo, quindi sta cambiando) è il prodotto non solo biologico in risposta ad un ambiente stimolante, ma è altresì determinato dall’impulso vitale che ci appartiene indipendentemente dai nostri genitori.

In sintesi, il bambino deve muoversi per definire se stesso, per esprimere il suo bisogno di vita e delineare il proprio spazio vitale. Egli può farlo in un ambiente di caregivers accoglienti e consapevoli di ciò che sta avvenendo in lui, ovvero il suo cambiamento costante e irreprimibile, il suo lavoro silente o chiassoso, evidente o impercettibile, leggibile o interpretabile, ma comunque libero di esprimersi.

Prendere a cuore l’educazione al movimento è un lavoro di prevenzione, a pensarci bene, a tutto ciò che di patologico spesso si affibbia ai bambini non sufficientemente stimolati.

I bambini istituzionalizzati o quelli cresciuti in ambienti inadeguati, di madri iperprotettive o al contrario inadeguate e disattente, portatrici anche di disagi psichici decisamente bisognose di sostegno, sono tutti bambini che fanno parte di un’infanzia precisa. Questa è l’infanzia che, se attenzionata adeguatamente da istituzioni non miopi, possono non rientrare in un bacino di presa in carico complessa come quelle delle neuropsichiatrie infantili, almeno per un primo tempo in cui tanto può essere fatto a livello pedagogico.

Ma come? L’educazione teatrale può arrivare in soccorso. È vero, il tema in sé merita di essere sciorinato nelle sue diverse sfaccettature e così faremo in queste pagine. Il teatro è una cosa seria e va considerata tale. Ma i bambini piccoli che c’entrano con il teatro?

Eh sì, i bambini c’entrano, eccome!

(fine prima parte)